Redazione – Maria, Luisa,Anna.  Sono solo tre delle coraggiose donne e vedove che hanno deciso di raccontarci il loro dramma. I nomi sono inventati per ragioni di privacy. Poi c’è Antonio. Il rispetto viene prima dello scoop giornalistico o della denuncia. La dignità con la quale raccontano questi mesi passati senza prendere più nemmeno un centesimo di sussidio è sbalorditiva. Riavvolgendo – seduti intorno  ad un tavolo – il nastro e la pellicola degli ultimi anni della loro vita, va inevitabilmente di pari passo con la morte del marito oppure come nel caso di Antonio con una malattia e relative conseguenze che gli impedisce di tornare ad tornare a navigare.

Gli occhi lucidi di chi non ha vergogna a raccontare quanto la vita sia stata per lei e per i suoi cari. La morte del capofamiglia e la croce di crescere i figli da sola. L’affitto da pagare, le difficoltà legate al portare avanti una famiglia senza il timone principale. Le porte chiuse, le sacrestie chiuse e qualche porta sbattuta. La richiesta disperata di poter veder riconosciuta la possibilità di un sussidio, oppure quella di poter affittare un’immobile dell’ente. Niente. La vita, come gli anni vanno avanti e dover ingoiare le circostanze del momento per non cadere ed assistere impotenti a certe forme di prevaricazione perché quell’immobile dell’ente che si sfittava, veniva offerto ad altri. Quando poi dopo anni di incertezza arrivi a conquistare un piccolo sussidio che ti permette di pagare un affitto, come una scure che si abbatte da un momento all’altro, sei costretto a fare i conti con un repentino taglio, non meglio specificato. Quello di questi mesi del 2018. Chiedi informazione ma nulla. Nulla.

Poi c’è invece chi deve vivere (e conviver)  oltre che con i tanti problemi della vita, anche con un figlio affetto dalla sindrome di down. E anche qui, dopo anni di richieste e perché no di preghiera,  dove si è riusciti ad ottenere un sussidio per il figlio, arrivano i neo commissari del Pio Monte dei Marinai che da un giorno all’altro dicono basta a quelle misere 150/200 euro che permettevano però alla signora di affidare per qualche ora ad un accompagnatore il figlio. Anche qui di fronte alle rimostranze, nulla. Anzi no una risposta giunge: «se volete possiamo contribuire per le spese mediche del ragazzo» Assurdo.

Poi  c’è chi è costretto a vivere con poco più di 100 euro al mese. 135 euro per l’esattezza. Poco più di tre euro al giorno. La morte del marito e la pensione di reversibilità di circa 560 euro e un affitto da pagare di 425 euro. Come si fa a campare così. A volte “se non ci fossero i figli –  ci racconta –  sarebbe quasi impossibile mettere il piatto a tavolo”. Anche qui la miseria del contributo elargito fino a qualche mese fa dal Pio Monte dei Marinai, serviva a poter andare avanti. Come per gli altri anche per lei si sono chiusi i rubinetti della “misericordia”.

Poi c’è anche chi invece – dopo una malattia e dopo più di qualche intervento chirurgico –  si è trovato a non poter più imbarcare. Il libretto di navigazione che va a farsi benedire e un futuro tutto da scrivere. A tutto ciò si aggiunge una famiglia da portare avanti. E anche qui il sussidio era un gelato per i figli, un paio di scarpe nuove, lo zaino per la scuola. Niente, da mesi anche per lui tutto è fermo.

Queste quattro storie sono tutte  molto simili. Ne avremmo potuto raccontare tante altre. Le opere di misericordia del Pio Monte  – tutte di poche centinaia di euro –  erano tante altre.  In una Procida che a parole attira il mondo intero, una Procida che sa farsi bella davanti ai diritti dei richiedenti asilo, che sta costruendo e ricostruendo se stessa, c’è una fascia di cittadini che sopravvive e che mostra dignità e coraggio.  Il coraggio di chiedere a gran voce che venga ripristinato il sussidio. Il coraggio di chiedere ai commissari del Pio Monte dei Marinai spiegazioni sulle motivazioni che hanno portato a questa improvvisa sospensione. Da parte nostra c’è la denuncia di quanto abbiamo riportato. I soldi che mensilmente entrano nelle casse dell’ente gestito ormai dalla curia napoletana dove vanno a finire?

Ricordiamo che nella storia del Mezzogiorno i monti e le congregazioni laicali hanno fornito da sempre risposte alle necessità di soccorso, di assistenza, di lavoro, ma anche di formazione e d’istruzione. Quattrocento anni fa, forse prima istituzione al mondo a farlo, armatori e marittimi isolani fondarono un “sodalizio di mutuo soccorso” al fine di aiutare le famiglie di quanti di loro si fossero trovati in difficoltà. Riavvolgere il nastro su una delle istituzioni che ha fatto la storia di Procida – e chiederne conto anche alla luce di quanto sta accadendo – significa rafforzare il legame con quel passato che la nostra isola e i nostri uomini seppero interpretare. Costretti come siamo negli ultimi anni  a scrivere solo di macerie, piagnistei e pochezze di ogni genere.