IL Punto di Gino Finelli: “Dobbiamo imparare ad essere umili”

Città vuota è la versione italiana di un brano del 1963 di Doc Pomus e Mort Shuman reso noto in Italia da Mina, che lo incise due volte, nel 1964 e nel 1978.

Il testo recitava così:

“Le strade piene
La folla intorno a me
Mi parla e ride
E nulla sa di te
Io vedo intorno a me chi passa e va
Ma so che la città
Vuota mi sembrerà
Se non torni tu……….

Parlava in realtà di un amore finito e del senso di vuoto che si prova quando si perde qualcuno e, io direi anche qualcosa. Si guarda la gente che passa e ride intorno a te, ma nulla sembra darti gioia e tutto sembra vuoto, addirittura coloro che ti scorrono affianco non solo non li avverti, ma non li vedi perché la tua mente è proiettata nell’idea di ciò che avevi e che ora non c’è più, l’hai perso.

E’ un pò la stessa sensazione che stiamo vivendo noi, in tempi di pandemia quando, per ragioni più che giuste, qualsiasi cosa anche quella che ci disturbava, ci dava fastidio fino ad arrecarci rabbia e a volte anche insopportazione, non solo non la vediamo più, ma ci sembra addirittura lontana nel tempo. E i paragoni inevitabili con il tempo di prima e quello di oggi, divengono così un elemento di ricordo un po’ lontano e di grande nostalgia.

Eppure questa situazione di incertezza, di paura della morte, di disperazione per la possibile recessione economica, di sacrificio con privazione delle nostre libertà e del nostro stile di vita, non è nuova nella storia dell’umanità, se mai lo è solo per quelle generazioni che non hanno vissuto le sofferenze fisiche, morali e psicologiche determinate dalle grandi guerre.

Centoventi anni fa l’attentato di Sarajevo diede il via ad uno dei più grandi massacri della storia e soprattutto ad uno dei periodi più drammatici dell’umanità: la grande guerra.

“E ci incamminammo per la strada di Val Brenta solitaria e tutta mascherata. Dinnanzi a noi stava l’ignoto e io guardavo indietro verso la pianura cha mano a mano scompariva pensando con angoscia che forse non sarei mai più tornato. A destra e a sinistra paesi distrutti, case rase al suolo e buchi di granate da ogni parte fra un va e vieni rapido di carri, camion e uomini fra le mascherature”.

Era il breve racconto di un soldato giovanissimo mandato al fronte che si trovava a vivere e a vedere la più grande e complessa sofferenza e distruzione dell’umanità. Eppure quella gente e quella generazione, con un grande sforzo e infinito senso del dovere e innumerevoli sofferenze e sacrifici, riuscì a superare quel buio  momento che sembrava, davvero impossibile lasciarsi alle spalle.

“Ora che è finita e che sono uscito incolume sono contento di esserci stato e se anche ho sofferto molto e non ho mai avuto una soddisfazione anche piccola: non importa. Acqua passata non macina più e speriamo che mai simile acqua abbia di nuovo a far muovere un così terribile mulino”.

Uno di quei soldati fu mio nonno che morì colpito dal fuoco nemico sul Piave appena tre mesi prima della nascita di suo figlio che non conobbe mai. Eppure quelli che rimasero, pur con i loro lutti e il loro dolore, continuarono a vivere per i figli e per garantire uno sviluppo della propria terra, progettando così una vita per tempi migliori. E ancora quella generazione fu chiamata al dolore e al sacrificio quando dovette, ancora una volta, confrontarsi con l’angoscia di una nuova guerra forse più crudele e devastante della prima.

Poi il grande salto e con esso la rinascita umana, sociale, economica e culturale del nostro paese e del mondo intero fino allo sviluppo e benessere, alla crescita esponenziale del tenore di vita e del tempo di vita, fino ai progressi tecnologici con l’annullamento delle frontiere, delle distanze e soprattutto della chiusura delle conoscenze.

Si apriva così la strada alla globalizzazione e con essa alla uguaglianza tra i popoli, dimenticando però che la natura ha le sue regole, il suo equilibrio e il suo inevitabile e giustificato modo di adattarsi alle nuove circostanze.

Una crescita esponenziale, oltre che in termini di sviluppo, tecnologico anche di sopravvivenza fino ad una vita che oramai sfiora i 90 anni, non poteva che portare un enorme sopra affollamento del pianeta e a una  inevitabile esposizione d tutta l’umanità ad una nuovo equilibrio. 

In natura tutto ciò che si ottiene con la trasgressione, infrangendo gli equilibri ecologici, le regole comportamentali e l’assurda idea che l’uomo può vivere per sempre, si paga prima o poi. E questa elementare e quanto mai semplice regola  annullata da quel progresso incontrollato e oramai incontrollabile è stata più volte violata nella convinzione che ciascuno di noi può fare quello che vuole nel totale disinteresse della collettività, magari per scopi esclusivamente personali, ignorando che difronte alla natura non solo siamo piccoli esseri, ma profondamente fragili e deboli e non certo possiamo sfidarla senza attenderci da essa una risposta violenta e deflagrante  per l’umanità.

 Nel “ oratio de hominis dignitate”   Pico della Mirandola, in una delle cose più belle che io abbia mai letto, immagina che Dio incontri Adamo e faccia a lui un discorso chiarificatore sulla sua essenza e sul suo ruolo nel mondo che lui ha creato:

“Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli astri è contenuta entro le leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà io ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo.
Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto.
Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.”

Ancora una volta la verità di ciò che accade sta nella volontà dell’uomo, nella sua incapacità di saper definire i suoi limiti e soprattutto nel suo disinteresse all’armonia, quella necessaria perché il nostro pianeta sopravviva e perché i nostri figli continuino a crescere.

Le strade vuote, il deserto psicologico, la paura e con essa il ritrovato senso civico, forse possono finalmente far capire, più di qualsiasi lezione magistrale o insegnamento, che il tempo della nostra indifferenza e del nostro personalismo è finito e che oramai siamo nella necessità di affrontare il tempo che verrà con quello stesso slancio, entusiasmo e determinazione che i nostri nonni ci misero dopo le infinite sofferenza e l’immenso dolore della grande guerra.

Quando vado al cimitero monumentale di Staglieno a Genova, dove è sepolto mio nonno, eroe di guerra, il mio pensiero va a quei giovani, a quella gente a cui non fu chiesto di stare in una casa confortevole e ricca di diversivi, ma in una trincea o in una situazione apocalittica, dove il valore della vita era presso che nullo e le speranze davvero poche.

Noi, come dice Manzoni, dobbiamo chinar la fronte al massimo fattore, a quel Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, ma che alla fine posa sempre accanto a noi. 

Dobbiamo imparare ad essere umili e rispettare il mondo in cui viviamo, i nostri simili, mantenendo sempre un equilibrio che è alla base della ragione di essere, della nostra presenza in questo mondo.

Vi lascio con una mia poesia:

“Alziamoci al mattino

Sorridendo apriamo la finestra

Guardiamo lontano

Dimenticando il giorno passato

In quell’orizzonte la speranza

La magica esplosione

Di un futuro a colori”

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