IL PUNTO DI GINO FINELLI: “I nostri eroi”

Gino Finelli – Poco tempo fa, in epoca di pandemia, ho letto una lettera scritta e diffusa da un collega del nord, invitami dal dott. Tommaso Strudel, medico sensibile e attento alle problematiche del territorio che ringrazio per avermi dato lo spunto per una riflessione.

In quella lettera denuncia si ponevano molte domande e soprattutto l’accento sulla grande ipocrisia di chi ci ha governato e ci governa e del popolo Italiano che, così come osanna, è incline nello stesso tempo e con la stessa velocità a distruggere.

D’altronde in questi ultimi tempi abbiamo assistito ad uno spettacolo vergognoso, ricco di ingiurie, di linguaggi scorretti, di accuse che hanno in modo indegno, rappresentato la nostra classe dirigente e quel popolo che l’ha delegata a governarci.

E si assiste oggi alla celebrazione di quegli stessi medici che per anni sono stati etichettati in tutti i modi possibili, che hanno subito le accuse più infamanti e le offese più grandi, che sono stati costretti a tutelarsi attraverso la cosiddetta medicina difensiva per non essere costantemente attaccati da facili e, quasi sempre, inutili denunce, oggi eroi di quello stesso popolo che da quei medici voleva la soluzione di tutti i suoi problemi sanitari e l’immortalità.

La politica, per accaparrarsi e gestire il potere ed il consenso, ha colonizzato la sanità, impossessandosi della sua gestione e mettendo alla direzione di Ospedali e di Asl spesso, io aggiungerei troppo spesso, dirigenti incompetenti il cui compito era solo quello di rispondere alla politica e ai suoi interessi, distruggendo così lentamente quel meraviglioso sistema sanitario che aveva sempre dato prova di capacità e di efficienza. Quei politici e quegli stessi cittadini che oggi sono impauriti e preoccupati per la loro salute, dov’erano quando si è proceduto alla riduzione dei posti letto, alla chiusura degli Ospedali, al blocco delle assunzioni di medici ed infermieri, alla nomina di persone non qualificate alla gestione della sanità, agli incarichi, spesso politici di dirigenti medici e non fino alla riduzione drastica di risorse, non solo per lo sviluppo e l’implementazione di nuove tecnologie, ma anche per la gestione ordinaria?

Per anni abbiamo assistito alla sospensione degli esami diagnostici negli ultimi quattro mesi dell’anno solare, alle lunghissime liste di attesa, alla mancanza di servizi in linea con le richieste crescenti della popolazione. Tutto questo in nome di un risanamento di una sanità che la gestione politica aveva provveduto a depredare, sperperando le risorse disponibili.

Mi sono sempre chiesto, da chirurgo, come poteva il privato non solo sostenersi, ma addirittura arricchirsi, svolgendo le stesse funzioni e le stesse prestazioni del pubblico. La risposta era ed è nella capacità gestionale, nell’attenzione agli sprechi, nell’utilizzo del personale a tempo pieno senza quella infinita difesa sindacale, ragione politica di consenso, alla base della disfunzione dei nostri Ospedali.

E i medici erano e sono sempre gli stessi, gli stessi eroi che con infinite difficoltà e spesso anche con molti ostacoli, hanno svolto e continuano a svolgere il loro compito con alta professionalità e senso del dovere, a volte offesi nella dignità e nelle loro qualità, bloccati nella progressione di ruolo e di carriera. E sono sempre gli stessi che, con un compenso, a dir poco ridicolo per le loro responsabilità e i loro rischi, hanno dovuto accettare di fare una attività, cosiddetta intramoenia, senza strutture e senza organizzazione in applicazione ad una legge del degli anni ‘90 che non ha mai avuto per davvero una giusta definizione ed una adeguata organizzazione.

E ancora la scellerata tabella 18 e le sue continue correzioni per il corso di laurea in Medicina e Chirurgia, con la frammentazione degli esami e una inqualificabile attenzione più alle materie biologiche che a quelle cliniche, con la conseguenza di una formazione prevalentemente teorica e poco medica, l’abolizione di alcuni insegnamenti ritenuti obsoleti, come la semeiotica medica e chirurgica o l’esame di insieme di patologia medica e chirurgica. Tutto ciò ha finito con il contribuire a formare un medico che deve di fatto iniziare ad imparare sul campo. E ancora il numero cosiddetto programmato che non ha tenuto in conto che la mia generazione, che aveva riempito tutti gli spazi disponibili nelle Università, negli Ospedali, nella medicina di base e ambulatoriale, d’improvviso tra il 2018 e il 2021 sarebbe di colpo scomparsa per raggiunti limiti di età.

Infine, il grande imbuto delle specializzazioni ha finito con l’aggravare la carenza di personale medico.

E oggi, difronte ad una pandemia, la classe politica piange, si dispera, cerca di porre rimedio, dando l’impressione di fare l’impossibile, quando quell’impossibile che stanno tentando di fare, è una loro responsabilità precisa e una loro incapacità e negligenza passata.

Per anni, mi sono scontrato con chi voleva una sanità fatta di numeri e di budget, e sempre ho cercato di far capire che un Ospedale non può e non deve essere inteso come un’azienda poiché, difronte alla salute, non può esistere un costo e non si può definire un programma economico. Già nel dare il nome di azienda si è commesso un errore, si è lasciato spazio ad una interpretazione errata e ingiustificabile.

Difronte a questi imperdonabili errori, abbiamo chinato la testa assistendo, giorno dopo giorno, alla disintegrazione di uno dei sistemi sanitari migliori del mondo, con un altissimo numero di qualificati professionisti. Posso garantire, per la mia attività congressuale e scientifica, che i medici italiani sono quelli più capaci di visitare un ammalato, porre una diagnosi e che l’esterofilia che per anni ha accompagnato la nostra cultura fino a divenire una sorta di valore imprescindibile, è stata un’altra follia che non trova alcuna giustificazione. Questo non vuol dire che non sono necessari gli scambi culturali di professionalità ed esperienze, ma sempre conservando le nostre competenze e la dignità professionale.

Oggi difronte a tutto questo ci accorgiamo che senza la salute nessuno Stato, nessuna organizzazione sociale democratica o non, può sopravvivere. Ci accorgiamo dell’imprescindibilità delle professionalità, delle competenze e della necessità di porre fine a quella sciagurata politica che ha affidato la gestione della nostra salute a persone spesso incapaci e incompetenti, ma soprattutto in linea con il politico di turno.

Ecco perché ho sempre sostenuto e continuerò sempre a sostenere che non basta avere un ospedale, ma bisogna che esso sia un ospedale.

E’ tempo di coscienza e le ore trascorse in casa ci aiuteranno a riflettere.

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