Il PUNTO DI GINO FINELLI Una condizione necessaria per un nuovo progetto

Gino Finelli – Nel 1077 Enrico IV, imperatore del Sacro Romano Impero, per farsi perdonare da Papa Gregorio VII si recò al Castello di Canossa, per essere ricevuto dal Papa su intercessione di Matilde di Canossa. All’imperatore, prima di essere ricevuto, fu imposta una penitenza: attendere tre giorni e tre notti, scalzo, con solo un saio come vestito, al freddo dell’inverno e soprattutto con il capo ricoperto di cenere.

L’umiliazione subita da Enrico IV va sotto il nome di “umiliazione di Canossa” e significa che, chiunque anche potente, quando commette errori e compie atti sbagliati per redimersi e ritornare alla ragione, deve umiliarsi, abbandonare l’ immodestia  e aprirsi ad una condizione di nuova progettualità

Questo episodio dovrebbe essere ricordato da tutti coloro che, in qualsiasi misura, detengono se pur temporaneamente, grazie alla democrazia, le redini del governo e di conseguenza il destino delle popolazioni. Dovrebbe essere ricordato, perché ci fa capire che, anche un potente, può e deve chinare il capo difronte agli errori commessi, alle incapacità manifeste, all’ assenza di volontà nell’ascoltare consigli e suggerimenti, al sentire comune di quel popolo che amministra e governa.

Un atto di umiltà che non significa sottomissione, ma apertura al confronto costruttivo, alla dialettica che da sempre è stata motore di sviluppo e custode dei valori democratici.

Nella nostra epoca e soprattutto nel nostro scenario politico, Nazionale , Regionale e Comunale, molti dovrebbero andare a Canossa, magari solo per comprendere il significato del gesto dell’imperatore che fu, non  quello di gettare la spugna del suo potere, ma di avere ricevuto la grazia della lucida comprensione, di aver preso consapevolezza degli errori e di porsi, come obiettivo per il futuro, una strategia e linea guida diversa, orientata alla saggezza e svuotata da atteggiamenti di chiusura e di arroganza.

Dovrebbero tutti seguire la strada della “umiliazione” per trarre da essa giovamento e per rinvigorire con una nuova linfa l’operato futuro.

Ma chi è capace di tutto questo?  Chi come Enrico IV ha il coraggio, l’umiltà, la dignità di riconoscere pubblicamente i suoi erri e confrontarsi lealmente?  Chi dei politici, a qualsiasi livello, ha la consapevolezza dei suoi sbagli ed è disposto ad ammetterli? E soprattutto chi sacrificherebbe la propria immagine e le proprie ambizioni per la collettività ed il bene sociale?

Domande alle quali non vi è risposta.  “Homo homini lupus” – l’uomo è lupo per l’altro uomo. Plauto si riferisce alla natura umana, così come da lui interpretata, secondo la quale nell’uomo vi sarebbe sempre l’istinto a sopraffare il suo simile, allo stesso modo del lupo che sbrana il più debole per sopravvivere.

Difronte dunque a queste considerazioni entra, come sempre, in gioco la cultura, quella capacità cioè di educare, attraverso la conoscenza del pensiero e delle scienze, i popoli che entrando a far parte di una democrazia, imparino a rispettare se stessi e gli altri, ad avere cura del personale come del collettivo, a trasmettere i loro saperi e a costruire, attraverso la dialettica, le differenze, le contrapposizioni, una società sempre più sostenibile.

Nel nostro “piccolo mondo antico” con lo sguardo sul mare che ammaliò tanto scrittori e poeti, i contrasti e gli atteggiamenti di chiusura sono destinati a radicarsi e accrescersi, modificando così lo sguardo sulle reali problematiche e determinando scelte e soluzioni spesso impulsive e prive di progettualità.

In un tempo in cui tutto vorticosamente cambia, dove gran parte delle nostre azioni sono affidate al falso giudizio del consenso, in un tempo dove i valori sono sottomessi al linguaggio dell’apparire e del comunicare il falso, dove ogni idea di integrazione sociale  e apertura tra i popoli viene negata, oggi più che mai, dialogo, confronto e conoscenza, sono indispensabili per continuare a garantire la nostra democrazia e con essa la libertà ed il progresso.

Per questo ascoltare, comprendere, dialogare, confrontarsi, riconoscere i limiti, imparare da chi ha esperienza e conoscenza, conoscere il passato con le sue conquiste, con i suoi sbagli, riferirsi alla nostra storia, costume e tradizioni, ricordarsi le origini della nostra gente, chiedere soccorso agli altri quando è necessario, non significa umiliarsi, ma avere preso consapevolezza e avere la dignità  e il ruolo per dirigere un cammino su quella strada ricca di imprevisti.

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