Il Punto di Gino Finelli: “Veti e rancori: il vero problema”

Il Punto di Gino Finelli: “Veti e rancori: il vero problema”

Gino Finelli – In un piccolo comune inizia la campagna elettorale molto prima del giorno del voto. Si incontrano persone, amici e nemici, si cerca attraverso parole, azioni e ricordi di suscitare l’attenzione nel tentativo di carpire quel consenso che è la ragione dell’appuntamento elettivo.

Attraverso iniziative di vario tipo, piccoli comitati elettorali, incontri riservati e pubblici, si anima lo scontro che diviene vivace e conclusivo solo pochi giorni prima del voto.

Paradossalmente è più difficile conquistare il singolo voto in una piccola realtà che in un grande città poiché, quello che si chiama voto di opinione, largamente diffuso nelle grosse metropoli, è quasi inesistente nei piccoli comuni, a maggior ragione in quelli al disotto dei 15000 abitanti, dove si vince per un solo voto di differenza. In queste piccole comunità il peso elettorale delle famiglie, quello dei professionisti, in particolare medici, delle parrocchie, delle associazioni di categoria, assume un rilievo di notevole importanza determinando il risultato. Infatti lo spostamento di poche centinaia di voti può determinare la vittoria o la sconfitta del candidato senza spesso alcuna motivazione ideologica o politica.

Accade così che rancori, antipatie, favori non ottenuti, delusioni di aspettative e richieste, diventino il pretesto per opporsi, utilizzando il proprio piccolo o grande pacchetto di voti personale, consapevoli di non poter essere determinanti, ma certi di arrecare disturbo, danno o addirittura sconfitta del candidato non gradito. Succede, frequentemente, che un ex politico, non sentendosi più protagonista della scena amministrativa locale, ritenendo la sua competenza, il suo know-how elevato e soprattutto la sua immagine depredata di popolarità e di influenza sulla collettività, si ripresenti sulla scena della competizione elettorale consapevole di non poter più ricoprire il ruolo precedente, ma sicuro di poter influenzare il risultato e, dunque con quel pacchetto di voti personali spesso solo familiari, agire su uno o l’altro candidato al fine di ottenere una nuova collocazione e salvaguardare così la propria immagine. E ci si trincera sempre dietro la parola politica e soprattutto dietro quella espressione, vituperata e abusata, di voler mettere a disposizione conoscenze, professionalità e idee a favore del territorio e della popolazione. Insomma si scende in campo, a qualunque costo, per il bene del paese. Nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare che, dietro le parole, si nasconde sempre un desiderio personale di raggiungere una posizione o un ruolo, desiderio assolutamente legittimo quando alle spalle di esso non si nasconde una ipocrisia, una falsità ideologica e soprattutto promesse populiste, insostenibili o discorsi demagogici vergognosi.

In tutte le campagne elettorali purtroppo si ascoltano discorsi pieni di buoni propositi, si legge un programma, non sempre scritto bene, ma comunque pieno di proposte condivisibili e di progetti indispensabili per la salvaguardia del territorio e lo sviluppo economico- sociale della popolazione. Si presentano i candidati, ognuno pieno di buoni propositi e con una gran voglia di lavorare. Tutto questo arricchito sempre dalla intenzione di cimentarsi non per fini personali, ma solo per il bene di un paese che ha bisogno di nuova linfa e di ottimi amministratori, che non può e non deve ripetere gli errori del passato, che non ha bisogno di competenze specifiche, ma solo di una nuova classe dirigente che, indipendentemente dalle qualità e dalle conoscenze, sostituisca la vecchia che ha comunque arrecato danni.

La superficiale valutazione diviene così l’elemento in grado di determinare la nuova amministrazione che gestirà la cosa pubblica per 5 anni.

E’ successo nel passato e c’è l’elevato pericolo che continui a succedere trovandoci, ancora una volta, difronte a buoni propositi, false promesse e scarse capacità.

Il senso della politica che letteralmente significa “arte che attiene alla città o stato”, è dunque un’arte che si impara nel tempo, ma che ha bisogno di ampia esperienza concretizzabile in una crescita progressiva di conoscenze, che richiede uno studio del passato per progettare un futuro, che ha bisogno di esperienze e di cultura. E’ un’arte che, come fanno i musicisti, gli attori, i registi, i pittori, ecc., si deve studiare andando a scuola, in questo caso oltre a quella ordinaria, quella di politica che insegna la storia, la conoscenza delle ideologie, le istituzioni, la carta costituzionale, il meccanismo amministrativo e così via. Dunque la politica si impara alla stessa stregua di un’arte e matura la conoscenza con l’esperienza, il confronto, la dialettica democratica.

Non è vero che chiunque può governare bene e, non è vero che chiunque sia in grado di farlo anche se animato sinceramente da onestà e buoni propositi.

I vecchi partiti non a caso avevano una scuola di formazione che consentiva, a chi voleva affacciarsi nell’agone competitivo, di presentarsi con quel giusto bagaglio di conoscenze ed esperienze e, la progressione della carriera politica, avveniva sempre cominciando dal basso per poi procedere in verticale fino al parlamento o ai ministeri.

Oggi si diventa politico attraverso un consenso, spesso, determinato dai social o da una propaganda affabulatoria e populista. Si prendono a pretesto le incapacità o la litigiosità della classe dirigente per creare movimenti o piccoli partiti politici finalizzati, solo e sempre, allo stesso scopo e cioè imporre una leadership attraverso la quale ottenere seguaci e consenso per poter accedere alle posizioni più importanti e i talk show, che oramai sono diventati la vetrina di uno spettacolo deludente e inconcludente, divengono così il palcoscenico di una rappresentazione che è solo teatrale.

E allora, a coloro che pensano di continuare con piccoli o grandi veti o di essere fortemente determinanti per una vittoria, va detto con estrema chiarezza che ogni comportamento finalizzato al personale, anche se mistificato da belle parole e da facili promesse, è l’esempio di un modo di essere e di fare inaccettabile che non può più essere tollerato anzi deve essere fortemente osteggiato.

Ci si presenta ad una sfida elettorale senza porre veti e senza secondi scopi, ma solo per portare una propria proposta o una qualificata esperienza.

Mi auguro che si ritorni sulla strada di un corretto, leale e sincero dialogo democratico senza nascondere le legittime ambizioni personali.

In sintesi il bilancio di questi ultimi cinque anni, ma direi degli ultimi dieci, è la riproposizione di uno status quo, dove tutto si dice di voler cambiare, ma nulla si cambia, dove la incoerenza tra il linguaggio e il comportamento è rappresentativa di un modo di far politica arrogante e negligente nei confronti della collettività. Non sono d’accordo con chi dice che si è governato il meno peggio o che non sono stati fatti danni evidenti, perché il danno sta nella mancanza di una progettualità e di quel coraggio necessario, anche a scapito del proprio consenso, per organizzare, ordinare e promuovere iniziative anche impopolari, ma sostenibili nel tempo. Amministrare giorno per giorno non è compito di un politico ma dei tecnici a cui è affidato l’ordinario, al politico tocca un compito di indirizzo e di visione aperta per il futuro, tocca la capacità di saper aprire un percorso che possa essere seguito anche dalle successive classi dirigenti, tocca la progettazione di un disegno programmatico e infine la valutazione costante e continua dell’operato della sua amministrazione.

Nulla di quello che è accaduto, anche l’apertura internazionale del turismo, è un merito attribuibile alla classe dirigente che anzi avrebbe dovuto e potuto cavalcare il grande successo producendo iniziative tendenti ad implementare e migliorare la nostra accoglienza, il rispetto del nostro territorio, la salvaguardia dei luoghi storici, nostro unico biglietto da visita.

Mi renderebbe felice partecipare ad un dibattito pubblico sui temi concreti e su proposte sostenibili, accetterei volentieri un confronto aperto tra i due candidati e la cittadinanza e mi rendo disponibile a condurre tale dibattito confronto purché non si scenda in personalismi passati,, presenti e futuri, poiché a noi che votiamo e che amiamo partecipare alla vita politica, interessano i fatti, le proposte sostenibili, l’assenza di arroganza, di litigiosità e l’educazione che è sempre alla base di ogni nostro comportamento

Un politico è tale se cerca di promettere un po meno di quello che pensa e di realizzare un po di più di quello che ha promesso.

tgprocida

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