Gino Finelli – Leggo con molto piacere l’articolo della redazione che pone l’attenzione su una problematica di grande rilevanza sociale.

La necessità di recuperare posti letto per la pandemia, determinata dalla mancanza negli ultimi venti anni, di una programmazione sanitaria adeguata alle esigenze e in linea con il crescente bisogno della popolazione, ha determinato di fatto una disfunzione del sistema sanitario che, peraltro ha subito per ragioni economiche, politiche e, io direi anche spesso per incompetenza di chi è stato scelto per gestirlo, una drastica riduzione di mezzi, risorse e uomini. Nessuno certo immaginava che ci saremmo trovati difronte ad una pandemia, ma comunque anche senza il virus, la nostra sanità era ed è in una totale confusione organizzativa e priva degli standard necessari per un servizio adeguato ai tempi e alle moderne tecnologie.

In questi ultimi venti anni si è provveduto solo a fare tagli lineari, a chiudere o ridimensionare ospedali di piccole dimensioni, a implementare sempre più le strutture esistenti, già gigantesche per posti letto ed affluenza, senza una programmazione territoriale legata alle esigenze specifiche e soprattutto senza nessuna implementazione e organizzazione della rete di medicina territoriale. Già da molti anni i grandi ospedali, ed in particolare i loro pronto soccorso, soffrivano di una perenne carenza di disponibilità di posti letto e di personale sanitario e parasanitario. Tutti noi abbiamo assistito, visto e letto nel passato, di incapacità ad accogliere i pazienti e come gli stessi stazionavano per ore e, a volte giorni, sulle barelle, nei corridoi della medicina o chirurgia di urgenza.

Abbiamo vissuto, molti in prima persona, il degrado delle strutture e la loro fatiscenza con scarse e poche ristrutturazioni, spesso inadeguate e comunque di gran lunga lontane dallo standard necessario. Abbiamo imparato a conoscere le difficoltà di ottenere esami diagnostici, con le lunghe e spesso intollerabili liste di attesa e, ancor di più la difficoltà ad accedere ai servizi ambulatoriali. Siamo stati curati da medici di famiglia oberati da un elevato numero di assistiti, senza che si sia provveduto alla convenzione di una larghissima parte di colleghi in attesa di avere l’autorizzazione a svolgere l’attività di medicina di base. E la stessa cosa è accaduta negli ospedali dove non vi è stato alcun ricambio di personale, che mano a mano veniva posto in quiescenza per limiti di età e nelle Università, dove il cosiddetto numero programmato, ha finito con il determinare la odierna penuria di sanitari, aggravata peraltro dal vergognoso imbuto delle specializzazioni.

Chi doveva provvedere a mettere ordine, Ministero, Agenas, Regioni, alla fine ha sempre tentato di contenere le spese per il grande buco che la sanità produceva nell’economia per la loro esclusiva incapacità di saper controllare, organizzare e programmare o per aver affidato la sanità al manager o al funzionario scelto dal politico di turno, spesso privo di competenze e professionalità in un settore che ha bisogno di anni ed anni di esperienza, studio e formazione.

La ciliegina sulla torta finale, che ha poi determinata la completa decadenza di un sistema sanitario, forse unico al mondo per qualità e per solidarietà sociale, è stata la gestione Regionale della sanità, finendo così con il determinare in un unico paese, differenze strutturali, di organizzazione di tecnologie e finanche di competenze, con una spesa insostenibile e una inefficienza degli organi di controllo a tutti i livelli.

E poco o nulla hanno potuto fare gli operatori sanitari a qualsiasi livello se non difendersi, spesso applicando quella medicina difensiva, sempre dettata dalla necessità di proteggersi per la deficienza di quegli organi, quali Ordini Professionali, Aziende, Asl  ecc., che avrebbero dovuto e potuto salvaguardare il proprio personale impegnato in una attività complessa e spesso costretto ad operare in situazioni non in linea con la sicurezza e  la deontologia professionale.

Ed ora non ci sono posti letto per i malati ordinari, si è costretti a chiudere reparti di medicina, chirurgia, ecc., per lasciare non tanto gli spazi o la disponibilità di letti, di quelli ce ne sono in quantità, ma per poter garantire il funzionamento delle strutture necessarie a tamponare l’effetto Covid, utilizzando medici e personale di detti reparti. A nulla è servito correre ai ripari con concorsi improvvisati e di urgenza per assumere medici ed infermieri. Era ampiamente chiaro che sarebbero andati deserti e che era soltanto un modo per far credere che vi era buona fede e enorme interesse al bene e alla salute collettiva. Una ulteriore ipocrisia mascherata da buonismo. Ed ora chi aspetta un ricovero, un intervento, e quant’altro, continuerà ad aspettare sperando che non peggiorino le sue condizioni e che la patologia di base non diventi ingravescente.  Un modo singolare e demagogico per salvaguardare la salute.   Il Covid  esiste, è purtroppo una realtà con cui dobbiamo necessariamente confrontarci, ma questo non può autorizzare il ridimensionamento delle strutture ospedaliere a svantaggio di chi attende o è già in terapia e follow-up

Dunque, quale la soluzione temporanea nell’ immediato nell’attesa di una vera riforma sanitaria urgente e necessaria a riorganizzazione l’intero sistema? Innanzitutto implementare immediatamente la medicina territoriale che deve essere il vero filtro per l’accesso alle strutture ospedaliere, facilitando l’immissione in servizio di quei medici in attesa di autorizzazione, oltre logicamente ad organizzare sul territorio presidi in grado di far fronte alla prima richiesta proveniente dai soggetti Covid, che nella maggioranza dei casi non solo non necessitano di un ricovero, ma spesso neanche di terapia, e che quindi vanno soltanto seguiti.

Lasciare che gli ospedali continuino l’esercizio delle loro funzioni di diagnosi, cura e anche ambulatoriali e destinare, solo alcune strutture alla emergenza Covid, organizzandole con personale qualificato. A tal scopo, e se è il caso, richiamando in servizio medici in pensione ancora in grado, non solo di esercitare la professione, ma di mettere a disposizione quella esperienza e professionalità maturata in oltre quarant’anni di mestiere, estremamente importante per affrontare questa malattia e le sue complicanze.  E’ impensabile affidare la cura di un paziente complesso a  giovani  laureati appena usciti dalle Università, certamente ricchi di conoscenze, ma anche privi di quella manualità e  capacità di valutare un ammalato che si acquista sul campo, giorno per giorno, in lunghissimi anni di attività. Infine operare davvero i controlli sul territorio che in questi ultimi quattro mesi sono stati inefficienti e, spesso, non vi sono stati per nulla e, invece di fare quel terrorismo psicologico che porta inevitabilmente ad un effetto depressivo e di paura collettiva, spiegare bene in modo chiaro e soprattutto con una sola voce, che sia la sintesi dei diversi pareri e delle differenti impostazioni nel settore. Una comunicazione corretta scevra dai personalismi a cui si è assistito in tutte le trasmissioni televisive e non solo da parte di politici, ma anche di numerosissimi esperti.

In conclusione il Covid c’è, lo cureremo e lo sconfiggeremo, ma per fare ciò è necessaria una coscienza collettiva della problematica e un rispetto dei comportamenti e delle regole. Alla politica il compito oltre che di una informazione selezionata, corretta e senza demagogia, l’impegno di provvedere a rimettere in sesto, in tempi brevissimi, un sistema sanitario devastato proprio dalla politica e la responsabilità di scegliere esperienza e capacità per guidarlo.

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