Gino Finelli | Inizia l’estate, voglia di mare di fare un bagno in un   acqua cristallina in una delle calanchette di questa splendida   Isola.  La scelta è obbligata per chi possiede anche una piccola imbarcazione:  prendo la barca.

Al momento di salpare il direttore del porto, sempre premuroso e gentile con i suoi diportisti, mi informa che per ancorare nell’area marina protetta denominata Regno di Nettuno devo avere un apposito permesso. Non che non lo sapessi, ma ero disinformato sulla necessità, anche per i residenti, di ottenere a pagamento il tagliando per ancorare, indispensabile per salvaguardare il mare e la sua flora. Mi reco allora in capitaneria e sono accolto da una gentilissima Comandante la quale mi consegna un modulo da compilare con specificata la documentazione necessaria. Lo sottoscrivo, fotocopio i documenti richiesti, effettuo il pagamento dell’imposta e consegno il tutto all’impiegato che mi rimanda a tre giorni per il ritiro del permesso.

Quanto spreco di tempo, energie e quanta inutile burocrazia per farci pagare una tassa per nulla, senza alcuno scopo e soprattutto senza l’obiettivo primario dell’area marina: salvaguardare il mare dall’inquinamento, la flora, la fauna, evitare gli scarichi delle imbarcazioni da diporto incuranti, nella maggior parte dei casi, della difesa dell’ambiente. L’area marina protetta denominata Regno di Nettuno fu istituita nel 2007 per evitare di creare turbamento alle specie vegetali ed animali. Per tale ragione nel decreto si legge che è fatto divieto di navigazione, ancoraggio, balneazione, attività sportive, immissione in mare di sostanze tossiche o inquinanti, di rifiuti solidi,  liquidi, ecc, ecc.

Un consorzio di sette comuni, sei dell’isola di Ischia e il comune di Procida avrebbe dovuto in questi 9 anni provvedere   a quanto descritto dal decreto di istituzione, alla realizzazione di campi boe per l’ancoraggio, alla formazione di una task  force  a controllo degli 11 mila ettari di mare, verificare gli scarichi immessi in mare dalle sentine dalle imbarcazione e non solo, di solidi o liquidi inquinanti per la flora e la fauna.

Quasi dieci anni di cavilli e intrighi all’italiana, ed in particolare nel sud, per assistere ad uno spettacolo vergognoso di assoluta mancanza di realizzazione di quanto previsto, assenza di controlli, totale anarchia della nautica da diporto e   nessuna vigilanza della salvaguardia dell’ambiente marino.  Nulla è valso un regolamento emanato, prorogato e mai attuato, ma soprattutto nessuno in questi anni si è posto la solita e semplice domanda: vietare tutto in un mare così frequentato e per un area così estesa era ed è possibile? Quale danno, se mai fosse stata gestita con correttezza e applicando i regolamenti avrebbe determinato alla nautica da diporto, all’imprenditoria, agli esercizi commerciali, al mondo della pesca ecc ecc?

Ancora una volta si vieta tutto per rendere tutto lecito, senza regole e creando quel sentimento di anarchia che lascia sempre più spazio alla mancanza di un senso civico, indispensabile insegnamento per le future generazione a salvaguarda del proprio territorio. Come per l’abusivismo edilizio, che in questi 40 anni ha vietato tutto senza mai definire un corretto piano regolatore e leggi certe, ma soprattutto possibili da applicare e far rispettare, anche per il mare si è vietato tutto per lasciare a tutti la libertà di fare qualsiasi irregolarità nella totale impunità, anzi  consentendo di derogare  in modo lecito pagando una tassa mensile o annuale che autorizza ad infrangere il motivo, l’obiettivo e la finalità con cui fu malamente istituita l’area protetta.

Ed ecco il paradosso: Esco con la barca, dunque, con il mio regolare permesso dopo aver pagato la mia gabella, ormeggio senza boe con l’ancora nell’area protetta, pesco, scarico la sentina, mangio e liquidi e solidi vanno in acqua, salpo l’ancora e mi porto via una gran quantità di poseidonia, ma ho pagato lo posso fare sono autorizzato. Ritorno al porto e scorgo un gommone che gira intorno all’isola di Procida con due sorveglianti con una grande scritta: AREA MARINA PROTETTA.  E ancora una volta la domanda è obbligata: che fanno e, anche se volessero, in un fine settimana con migliaia di imbarcazioni come potrebbero? E ancora una volta mi viene da chiedere: a cosa serva far consumare carburante quando si è assolutamente impotenti e non si ha possibilità di effettuare i controlli e poi quali se ho pagato per ancorare e quant’altro? Certo se si vede qualcuno che gira con una grande scritta un po’ di attenzione magari la si fa e, forse per qualche istante, il tempo di vederli passare, non si scarica la sentina e non si getta nulla in mare.

In conclusione l’Area marina Regno di Nettuno, voluta a suo tempo per creare un altro dei soliti consorzi o  società  pubbliche utile a sistemare i politici trombati o amici degli stessi, era in partenza una vergognosa messa in scena, impossibile da decollare  fin dall’inizio per le eccessive limitazione e l’estensione del territorio marino da salvaguardare a fronte di una attività di pesca, turistica , commerciale e industriale che rappresenta da sempre per la Campania un grosso volano con numerosi posti di lavoro e la possibilità di un ampliamento del turismo unica vera fonte di ricchezza. Spero che il ministero, dopo aver commissariato l’area, voglia rivedere con attenzione e con l’ausilio di esperti, sentito il territorio e le sue esigenze, quanto stabilito nel decreto del 2007, valutando la possibilità di ridefinire i limiti e le attività consentite, ma soprattutto di evitare, ancora una volta, che nominati incapaci, senza esperienza specifica, spesso con curriculum di basso profilo indicati da sindaci, consiglieri, ministri ed altri, siedano alla guida per la protezione di un territorio che non conoscono e del quale hanno quasi sempre totale disinteresse.