L’editoriale di Gino Finelli: «Che noia»

L’editoriale di Gino Finelli: «Che noia»

Gino Finelli – Che noia, questo scrive ancora. Un commento legittimo di chi continua a leggere senza mai imparare dagli scritti, non solo miei, che potrebbero non solo destare interesse, ma essere di ausilio e di spunto per migliorare la vivibilità del territorio. Sento quell’aria di sufficienza che in genere denota incompetenza e che spesso maschera lacune e incapacità

Sento e leggo commenti e affermazioni di scarsissimo livello e, ancor di più leggo sui vari social, affermazioni che poco hanno a che fare con la politica e che, quasi sempre, sono offensive, scorrette dal punto di vista educativo e sociale.

E solo raramente riesco ad associarmi alle considerazioni di qualcuno come ad esempio il dott. Romeo, che usando un linguaggio chiaro e forte di una competenza e di un a capacità analitica obiettiva, riesce a scrivere in poche righe quelle considerazioni totalmente condivisibili e di buon senso che rimangono, credo come d’altronde le mie, inascoltate e alle quali non viene data mai risposta.

Non sono riuscito in moltissimi anni ad ottenere un confronto dialettico sulle numerose questioni che rendono il nostro territorio poco vivibile e non sono riuscito a sviluppare un confronto aperto e costruttivo, tutto politico, su un progetto sostenibile per il futuro dell’Isola. E ho finito così con l’impantanarmi in una sorta di predica che poco produce sul piano della conoscenza e della didattica sociale.

Sono certo però che mettendo insieme più risorse, di cui l’Isola dispone, si possa realizzare un osservatorio attento, rigoroso e veritiero e, attraverso esso sempre applicando la regola di un confronto democratico e dialettico, informare la collettività sulle linee guida che potrebbero essere intraprese una volta condivise.

Ad esempio un’attenzione sulla salute e su come essa va tutelata e gestita, sul traffico, sull’urbanistica e così via.

Lancio dunque un segnale a tutte le menti attente e desiderose di impegnarsi in un progetto comune a salvaguardia del territorio, aprendo un forum di confronto e di idee che può essere ospitato sulla piattaforma di Tg Procida e, attraverso essa con l’aiuto prezioso del direttore Leo Pugliese, costruire un tavolo di confronto aperto a tutti coloro che, rispettando linguaggio, correttezza e competenze, vogliano partecipare con spirito propositivo, scevri da qualsiasi personalismo.

In un momento così delicato per la nostra salute e per la tenuta della nostra democrazia, quando assistiamo quotidianamente a dichiarazioni che nulla hanno a che vedere con le competenze e le conoscenze specifiche, quando a ciascun è dato, attraverso i social, il privilegio di fare commenti, considerazioni e tant’altro senza alcuna specifica conoscenza, ma solo sull’onda di sentimenti di paura, rabbia, e denigrazione dell’altro, credo che sia davvero un dovere mettere a disposizione della collettività tutte quelle competenze di cui il territorio dispone, utilizzarle al meglio per produrre conoscenza, informazione e sviluppare un linguaggio chiaro, vero e corretto.

Spero che questo mio appello venga recepito e si possa davvero costituire un osservatorio per il bene della nostra Procida.

Un’ultima considerazione è opportuna farla poiché continuo a leggere che molti non hanno compreso il significato etimologico di: “pacificazione sociale”, e dunque chiedono una spiegazione e una metodologia per raggiungerla.

Ebbene il nostro dovere di educatori ci porta a dover rispondere a tale richiesta iniziando dal suo significato.

La pacificazione delle lotte politiche, il mantenimento dell’ordine e soprattutto la volontà unificatrice, sono i pilastri che portano a una riconciliazione. Le diverse forme di strategie utilizzate dai contendenti politici e non solo, come ad esempio la diffamazione, l’indifferenza attraverso il silenzio, l’autoritarismo e così via, non possono essere e non debbono considerarsi quali strumenti da usare in un contesto di scontro democratico. Disponiamo di meccanismi di protesta in democrazia che, non solo non causano disturbo e non interrompono il normale svolgimento delle attività amministrative e politiche, ma che rappresentano gli strumenti scelti dai padri fondatori della democrazia per manifestare opinioni e dissenso. In quest’ambito bisogna che tutti si muovano e cioè sia coloro che hanno la delega a governare, sia quelli che sono oppositori o semplici cittadini.

Quando è l’individuo ad usare la violenza di qualsiasi tipo, anche verbale, contro lo stato o una amministrazione, si chiama violenza o tentativo di delegittimazione delle Istituzioni, ma quando è lo stato, o il potere in genere ad usarla contro l’individuo, anche attraverso, parole e comportamenti non in linea con i principi della correttezza e della democrazia, allora si chiama diritto.

Dunque la pacificazione sociale passa attraverso questi principi e queste considerazioni. Chi ancora non  capisce o non vuole per opportunismo politico, o è in malafede, o non ne  ha le capacità , o ancora non conosce, e questa è la peggiore delle condizioni, i valori democratici e il rispetto delle persone.

In conclusione pacificare una collettività è un dovere di qualsiasi politico, amministratore chiamato ad occupare una posizione di gestione della cosa pubblica, e questo dovere si esercita attraverso comportamenti, azioni, uso di linguaggio, educazione, pazienza ecc. ecc., così come è dovere dei cittadini non usare mai affermazioni, linguaggio, atteggiamenti, comportamenti violenti o che possano ledere la persona e non il suo ruolo.

Spero di essere riuscito a far comprendere il significato e aver indicato una strada da seguire che è l’unica, che rispettando le singole posizioni, renda possibile una conflittualità di posizioni, ideologica, ma mai personale.

 

 

Redazione Procida

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