Redazione | Alle soglie del 4 marzo, quando dovremo recarci al seggio elettorale per esprimere la nostra preferenza ci assalirà il solito dubbio: chi votiamo?

Se facciamo parte di quella ampia categoria di elettori che ancora non hanno deciso e, sono quasi la metà degli aventi diritto al voto, ci poniamo il solito ed inquietante interrogativo: votiamo o non votiamo. Se ci asteniamo deleghiamo ad altri la nostra vita, ma di certo esprimiamo con l’astensione un dissenso evidente verso la politica ed i suoi governanti di questi ultimi anni. Si ma in questo caso cosa accade? Accade che chi vince si affretterà ad esprimere la sua assoluta preoccupazione verso il fenomeno dell’astensione, si dichiarerà pronto, la parola più comunemente usata dai nostri politici, a costruire un nuovo modo di far politica, una nuova classe dirigente credibile ed onesta in modo da far riavvicinare i cittadini alla politica. Lo stesso, che dirà tutte queste cose, poi governerà e farà quello che i soliti potentati gli indicheranno e accetterà i soliti compromessi pur di mantenere la sua posizione, tradendo, come spesso è successo, i suoi elettori. Attiverà tutte le procedure per la ricerca del consenso e la ruota continuerà a girare, come ha sempre fatto, con la stessa musica.

Ma se decidiamo di votare, all’entrata del seggio soffermando la nostra attenzione sui cartelli elettorali e sui leaders e con essi i candidati, ci assale un dubbio: affidiamo a questo o a quello il nostro destino e quello dei nostri figli; accettiamo per buone le loro proposte e con esse le cose dette “tanto per dire” in campagna elettorale; giriamo la testa e scegliamo “il meno peggio” secondo un soggettivo parametro; facciamo un’analisi di quanto ascoltato e letto, ritornando indietro nel tempo e immaginando di vivere in un’epoca ideologica, appellandoci ad essa; sempre bendati diamo la fiducia  a quanto è rimasto di un tempo che fu?
Interrogativi che passano veloci nella nostra mente prima di entrare in cabina e mettere una croce o chiudere la scheda senza segnarla.

In un’epoca di vuoto ideologico e di assoluta mancanza di valori sui quali l’umanità ha costruito da sempre il suo futuro, appare oggi evidente la nostra difficoltà che, per le generazioni come la mia, apre la strada ad una enorme visione pessimistica e  ci lascia in quel vuoto in cui spesso risiede la negatività e con essa  il desiderio di non partecipare.

Il partito dei delusi, dei coerenti, degli offesi dalla malapolitica e dall’inefficienza dei nostri governanti, pur vincendo, dunque, la sfida elettorale subisce, nel silenzio delle proprie considerazioni, la sconfitta ed è costretta ad accettare, suo malgrado, il nuovo progetto di governo.

Vincere, quindi, per non contare, sentirsi emarginati da chi, minoranza, assume le redini ed il controllo con una finta maggioranza del nostro avvenire.

Allora pur tappandoci il naso, chiudendo gli occhi e immaginando qualcosa di positivo, dobbiamo tutti partecipare e il 4 marzo essere davanti al seggio elettorale pronti ad esprimere il nostro voto. Dobbiamo scovare, cercare, e finalmente trovare, nelle offerte politiche sia pur modeste, qualcosa di positivo su cui basare la nostra speranza e qualche piccola aspettativa.

Bisogna esprimere un consenso che alla base abbia un analisi attenta, scevra da riferimenti personalistici o da promesse ricevute, perché questa volta ci giochiamo per davvero il nostro futuro, ci giochiamo quanto è stato realizzato in oltre cinquant’anni anni di democrazia e di benessere, ci giochiamo l’immagine dell’Italia nel mondo e con essa i destino delle nuove generazioni; ci giochiamo la sopravvivenza di chi oggi, dopo aver lavorato per oltre quarant’anni, ha diritto di vivere la terza parte della sua vita in uno stato sociale.

Io quando sarò davanti al seggio, prima di entrare e votare, mi soffermerò ancora una volta sull’offerta politica e non apporrò la croce dell’ignoranza, dell’indifferenza e del menefreghismo, ma quella della consapevolezza di una scelta oculata, ragionata e profondamente legata a quei valori che sono e saranno sempre alla base della nostra cultura e della nostra democrazia.

Votare è un diritto-dovere, ma diventa dovere solo quando si fa parte di un sistema che tiene conto e premia le qualità, le capacità, la correttezza e coerenza di comportamento; un sistema che svolga il ruolo politico nel rispetto della nostra costituzione con  quella dignità spesso abbandonata e persino derisa.

So che sono solo belle parole, ma la speranza che alimenta anche nella malattia la voglia di vivere, è quella a cui dobbiamo appellarci per continuare a credere nella nostra Italia.