L’editoriale di Sebastiano Cultrera: «L’Orco in prima pagina»

Sebastiano Cultrera – Chi racconta la cronaca in un’isola piccola come Procida fa un’opera difficile e tuttavia indispensabile. E proprio gli ambienti stretti e limitati (nel nostro caso dal mare) sono quelli che vedono proliferare l’arte del pettegolezzo, che è ben superiore (come efficacia e, talvolta, come fantasia) di ogni cronaca. Il cronista non può che essere fedele alle proprie fonti e raccontare i fatti nella maniera più corretta possibile. Ma siamo in un’epoca dove i media rivestono ruoli di grande importanza ed è giusto che possano essere criticati. Purché si salvaguardi la buona fede, la passione, la dedizione e lo spirito di servizio di chi fa questo lavoro. Nonostante i tempi che corrono, il diritto di critica oggi rimane ed è un caposaldo della nostra democrazia.

Non fu così in altre epoche.

Nei primi anni del Fascismo scoppiò un caso abbastanza noto (venne ricordato da film, documentari e da parecchie indagini Tv successive, come Chi l’ha visto). Si trattò del caso del fotografo Gino Girolimoni. L’esigenza di avere, subito, per le mani un colpevole, rispetto a delitti efferati che sconvolsero l’opinione pubblica, portò il Regime, e la stampa di regime a creare l’Orco, che si immaginò avesse perpetrato quegli orribili delitti a carico di bambine anche a seguito di violenze sessuali. L’ordine venuto “dall’alto” di “trovare subito il colpevole” indusse gli inquirenti a fare presto e male, e trovare subito “un” colpevole, anzi, piuttosto, uno qualunque che calzasse nel ruolo del colpevole. Nonostante le numerose testimonianze che descrivevano l’assassino come un uomo alto, sulla cinquantina, ben vestito e con i baffi, i poliziotti arrestarono Gino Girolimoni, un fotografo poco più che trentenne e mediatore di cause per infortuni conosciuto da tutti come un giovane simpatico ed educato. La notizia del suo arresto fu pubblicata dai giornali con grande rilievo che annunciavano che finalmente era stato catturato il “Mostro di Roma”. Girolimoni aveva delle “colpe” rispetto ai “canoni” fascisti: in primis era scapolo e, all’epoca, ciò, era già una colpa, soprattutto per chi era oramai in età matura; e poi, quel cognome Girooolimoni suonava untuoso e calzava a pennello (in epoca di propaganda) per darlo in pasto alle folle come colpevole.

Ma il fotografo era innocente e un coscienzioso poliziotto, Giuseppe Dosi, riuscì, dopo circa un anno di detenzione, a fare riaprire il caso e a scagionare e liberare Gino Girolimoni. Ma la frittata era fatta e Girolimoni, pur innocente, non ebbe alcun risarcimento e riscatto sociale: finì anzi in povertà e il suo cognome “untuoso” rimase, almeno a Roma, come sinonimo di pedofilo.

E siccome “non tutti nella Capitale crescono i fiori del male”, anche in paese (cioè nella nostra isola) qualche vicenda “senza pretese” di qualche similitudine accade. Senza fatti di sangue, per fortuna, ma di uguale impatto emozionale. Una adolescente avrebbe denunciato il “patrigno” di abusi sessuali nei propri confronti e, naturalmente, in casi come questi l’accertamento della verità è sempre legato ad un filo difficile da districare. E, oltre i drammi individuali, si è davanti a famiglie rovinate. L’indagato, poi, sconta qualche precedente di piccoli reati, che lo rendono più vulnerabile, come reputazione. I professionisti coinvolti hanno dovuto svolgere il proprio compito tutelando i minori coinvolti come prevede la legge, ed anche la giustizia si è mossa con l’arresto cautelare, in attesa di accertamento definitivo dei fatti. La stampa ha riportato, con le dovute cautele, l’episodio ma non è stato sbattuto il Mostro in prima pagina. Tuttavia la notizia ha creato una forte ondata di emozione sull’isola. E dobbiamo, quindi, porci delle domande, anche a tutela dell’indagato: si tratta di un piccolo caso Girolimoni nostrano? Si tratta di un errore giudiziario? Starà ai giudici accertarlo. Di certo non c’è una pressione dell’opinione pubblica, che, in questo caso, anzi, sembra essere innocentista, non ritenendo affidabile la denuncia della presunta vittima degli abusi.

Ma non sta a noi giudicare. Al massimo, possiamo provare a raccontare, al meglio, i fatti che ci è dato conoscere.

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