Sebastiano Cultrera | L’isola di Procida vive il più grande boom turistico della sua storia, almeno dal dopoguerra, cioè da quando si può parlare in Italia, del turismo come vera attività economica autonoma. In realtà, per la prima volta si può dire che il Turismo è seriamente approdato a Procida: siamo all’anno uno!

Credo che la nostra comunità dovrebbe fare uno sforzo per approfondire questo tema, sviscerandone le tendenze e le sfumature.

Per evitare di cadere in inutili e sterili polemiche di bottega, è d’obbligo una premessa.

L’attuale boom non è merito (se non in poca parte) del Sindaco e dell’amministrazione attuale, a patto di ammettere che gli ostacoli (che ancora permangono) verso un migliore sviluppo turistico non siano colpa loro (se non in poca parte).

Voglio dire che, anche politicamente, bisognerebbe cercare di essere seri, nei giudizi e nelle analisi, perché quando si volge lo sguardo ad un fenomeno complesso, come quello dello sviluppo turistico (fenomeno dalle molte cause e dalle molte interconnessioni), non si possono fare semplificazioni inutili e dannose.

Detto ciò, la nave Procida va; e va benissimo nel mare del web come reputazione e come punto d’interesse, avvantaggiata dalla immagine super pubblicizzata e super cliccata della Corricella, che è una delle prime immagini più cliccate dell’Italia nel mondo. Oggi l’Identità paga, e Procida è fatta di spazi e di situazioni che trasudano storia, tradizione e cultura. La domanda turistica attuale, più consapevole e meno manipolata dalle logiche di gregge (una volta condotte dai tour operator superficiali del tempo), chiede località vere e autentiche come Procida, che riescano a trasmettere emozioni ed accrescere la fame di conoscenza del turismo consapevole.

Certo, il boom di Procida e dei luoghi, anche del Sud, che comunicano identità e fascino autentico (vedi l’affluenza enorme di stranieri nel centro storico di Napoli) si avvantaggia anche del progresso turistico della intera nazione italiana, che ha raggiunto punte di affluenza mai toccate. Anche qui, per carità, guai a dire che sia merito di Renzi o del governo italiano, ma attenzione a dire, però, sciocchezze (come quella che gli immigrati, ospitati dal governo, scoraggiano il turismo). La crisi del Nord Africa ha fatto la sua parte, così come la relativa sicurezza del territorio italiano (anche questo merito di …Paperino!), anche rispetto ai paesi europei, considerati più a rischio. Ma anche qui le analisi rischiano di essere semplicistiche se si ignorano alcuni dati. La Spagna non ha mai ceduto lo scettro di paese più turistico in Europa, e la Francia ha recuperato, e superato, la crisi del 2016. Persino l’Egitto è in forte ripresa e quest’anno dovrebbe (dopo un crollo verticale) raggiungere circa il 70% delle sue presenze massime storiche. L’Italia regge, quindi, anche al “ritorno” dei concorrenti, anzi, fa segnare, in molte sue località, numeri da record.

Non ci resta, quindi, che mandare in soffitta semplificazioni e pregiudizi e cercare di analizzare il fenomeno Procida per quello che è. Non si tratta, infatti, di una “bolla” di turismo dirottata per sbaglio a Procida dalle coste africane inagibili. Si tratta di un fenomeno stabile, anzi suscettibile di ulteriore incremento, favorito da un cambio di fruizione del turismo (prenotazioni web), dal cambio della domanda turistica (alla ricerca di autenticità e identità) e dalla poderosa veicolazione delle immagini di Procida (della Corricella soprattutto, ma non solo), con una forte accelerazione dovuta alla campagna di Apple per il suo iphone.

La classe dirigente dell’isola dovrebbe, quindi, cogliere la complessità di questo fenomeno e fare scelte conseguenti. Tuttavia, proprio perché il fenomeno è iniziale, almeno nelle nuove significative dimensioni numeriche, sopravvivono alcune contraddizioni. La più difficile da gestire mi sembra quella dalla coesistenza di un turismo “storico” di prossimità, che non aveva mai arricchito particolarmente Procida, ma aveva consentito flussi economici costanti, per quanto molto concentrati ad agosto e nelle settimane contigue. Questo turismo di prossimità non è mai stato bene “metabolizzato” dai procidani, forse non senza ragione. Si è trattato, e si tratta tuttora, di famiglie della vicina terraferma che considerano l’isola solo base logistica per fare qualche bagno. Molti di questi hanno considerato e vissuto Procida come ripiego, come “volereenonpotere” Capri o Ischia. Faccio un esempio per farmi capire. Ci sono famiglie, anche di professionisti, che sono venute per anni di seguito a fare il bagno a Procida, fittando la casa d’agosto e non hanno mai messo piede all’Abbazia di San Michele, o ignorano il Casale Vascello. A differenza della coppia norvegese (che ha prenotato dal web, informandosi sull’isola) che appena mette piede a Procida va sull’Acropoli a visitarla palmo a palmo. Il confronto tra le due tipologie determina reazioni e scelte diverse da parte dei procidani. Di norma il turismo di prossimità è meno rispettoso dell’identità locale, è più autoreferenziale, è molto attento ai prezzi, ma non alla qualità, è disposto a sopportare traffico e caos, oppure, addirittura, ne è partecipe pretendendo di usare comunque e sempre la macchina (se può e anche se non può) come e più dei procidani: molte richieste di permesso di circolazione in deroga proviene da loro. Una fascia di questo turismo di prossimità, addirittura, vive la “stagione” procidana come vero e proprio accampamento, con poca attenzione al prossimo e alla pubblica tranquillità. Certo definire “mazzamma” alcune categorie di persone è arbitrario. Ma qualcosa del genere sopravvive sulla nostra isola. E ostacola la crescita di un altro turismo, ordinato ed identitario, la cui domanda cresce impetuosamente. Credo sia giusto parlarne, magari in maniera più completa e organica.  Mi preoccupano, invece, le discussioni monche, quelle limitate alle singole paroline, al fine di censure talvolta ipocrite. Dovremmo, invece, censurare tutti quei comportamenti di noi procidani, operatori turistici inclusi, proposti con quasi ostilità e fredda indifferenza al turista fruitore di servizi: cui facciamo una sorta di radiografia e verso il quale abbiamo mille preconcetti. Non basta una breve indignazione (per un titolo di giornale) per riscattare la cattiva coscienza di un’isola che vive in molte situazioni, ancora il turismo come un’invasione.

Bisogna imparare a distinguere, a dosare l’offerta, le proposte, gli atteggiamenti. Non si tratta di una invasione da cui difendersi (con motivazioni storiche e sociologiche comprensibili), si tratta di una identità da condividere con degli ospiti., che preferiamo attenti e rispettosi, purché l’isola lo sia altrettanto. Da qui la necessità di una politica che faccia scelte conseguenti. Con la necessità, anche, di un ripensamento e di una nuova programmazione dei settori strategici del turismo e della cultura.