Porfilio Lubrano – Tante volte continuo a riflettere in ordine al concetto aristotelico della natura come finalità come ad esempio per una casa che è – appunto – naturalmente tale per la interezza che la sostanzia e quindi non certo per le sole fondamenta. La destinazione finalistica ritengo sia dunque il distinguo che la natura ci fornisce per escludere ciò che è invece innaturale: ne è insomma criterio, oltre che principio. Con questa breve sintesi  correlazionata al divenire come logica, si addiviene alla configurazione di mete e strumenti, modalità ed obiettivi che talvolta sembrano convergere, talatra confliggere, come a mettere in discussione un po’ tutto, ovvero benchè diversamente graduata nel contesto storico di volta in volta considerato: l’assunto di base è che pure le contraddizioni sostanziano la realtà, seppure riportate in un grafico matematico e/o  riportate alla concezione hegeliana della realtà come spirito, ovvero fra visioni più tipicamente razionali oppure irrazionali, l’importante è non cedere al recondito e perfido “ ricatto “ della pseudoconoscenza; in fondo, come sosteneva Socrate, il bene non si fa perché non lo si conosce, ad esempio – in tempi più recenti – travisando un dato relativismo pirandelliano del “ cosi è se vi pare “ per comodi status quo da paradossale immobilismo indotto, giusto per sintetizzare.  Ciò che è certo è che tutto scorre, soprattutto facendolo con una costante esplicitazione – fino a completarsene – di attuazione della teoria degli opposti di Eraclito secondo cui si genera tensione e senza necessariamente estremizzarsi nel suo assunto che tutto abbia origine e fine nel fuoco. L’accezione che insomma intendo sottolineare – particolarmente –   è la tua brillante dissertazione sulla energia e sulla materia ( secondo principio della termodinamica in sistemi isolati ) con cui hai evidenziato – appunto,  in modo particolare – che il progresso in fondo è regresso ( o prevalentemente tale )  e che – correlativamente –  la evoluzione ( soprattutto ) tende alla involuzione: sul punto , non ci può , tra l’altro,  fossilizzare in un inquadramento pessimistico, bensi nel divenire sostanziato di risalita, partendo sempre dal basso, con la nota caratterizzante della umiltà .

La connotazione anche matematica del tuo libro ( tenendo presente la tua precisazione che comunque il testo non vuole essere “scientifico “), pone in rilievo che le tecnologie spesso contribuiscono in modo rilevante a farci regredire, già soltanto immaginando di potere sostituirci in qualche misura,  modo o maniera alla natura, al libero scorrere delle cose che essa implica. Gli esempi sul punto, pur essendo innumerevoli, mi basta insomma avere avuto conferma che ciò che non bisogna mai fare è cercare di coartare i processi naturali di trasformazione ( a tal proposito ho apprezzato molto la tua esposizione critica sulle c.d. energie rinnovabili ).  Cosi riscopro anche perché fra tesi ed antitesi, non solo non sempre c’è la sintesi, ma anche che talvolta ciò – ritengo – sia pure giusto. Ogni risposta è dunque nella natura come nel tuo esempio che dalle piante si ricava il legno, oppure dal maiale il prosciutto e non certo viceversa, il contrario. Tutta la energia come tutta la materia è come assimilassero un’universo che effettivamente tende alla scaturigine del degrado, dell’inquinamento e di tutto quan’altro due entità vengono a contatto, come ad esempio anche due stelle, sono invero fonte di inquinamento ( sul punto, molto interessante è stato il confronto/dibattito instauratosi, fra gli invitati all’esito della presentazione del libro). Un grande e – correlativamente – variegato  dibattito dunque ha accompagnato l’evento de quo, imperniato sulla trasmissione del dubbio costruttivo, degli esami che non finiscono mai nella vita,  della incertezza che deve fare crescere rispettando sempre la natura, che bisogna apprezzare ciò che la natura ci offre, andando quindi oltre pure la “ querelle “ se la stessa natura sia prevalentemente benigna oppure maligna. Migliorare la qualità della vita dunque non deve equivalere ad egoismo, a rivoluzionare assesti consolidati naturalmente, svariando quindi in termini omnicomprensivi fra  ricerca scientifica e tecnologica, ecologia, sapere più in generale nel connesso discorso dell’entropia, nel senso del conoscere ad ogni costo, spuntandosi di ogni rispetto e comprensione della – e verso – la natura: non si può essere insomma machiavellici, in termini di sopravvalutazione di tecnologie e sviluppo scientifico, dovendo quindi invece concilliarle non solo con il rispetto della natura semplicisticamente considerata, ma anche  con la educazione alla natura in quanto tale, ovvero nel suo complessivo discorso d’assieme. Pertanto anche se ci sarà sempre e comunque inquinamento nel tempo, provocato dalla energia-materia, il riferimento sarà il cielo considerato come tetto dagli indiani ( di cui mi sento di aggiungere al tuo richiamo alla lettera del capo tribù indiano che è stato menzionato all’evento de quo ), ovvero come una sorta di  grande mano visibile ed anche “ invisibile “ ( limtatamente la virgolettuatura sul punto è al profilo economnico di Adam Smith ) nel senso che la natura come ci offre ci può anche togliere, sia in termini positivi che negativi, come ad esempio la pioggia che è pulizia “ in re ipsa “ ed in senso omnicomprensivo. Il progresso infine che si interseca nel regresso come inevitabile sviluppo del tempo in quanto tale, deve far comprendere che la ricerca scientifica, le tecnologie devono sempre armonizzarsi con la natura in un coniugio indissolubile, evitando voli pindarici e sapendosi accontentare pure solo di non guardare troppo avanti , troppo in alto rischiando di scivolare già solo sul manto dissestato, ovvero sotto i piedi dell’ardire umano la presunzione e la voglia di strafare andandosi ad impelagare nel paradosso del “ troppo è come il mancante “.  In conclusione già soltanto una acuta e profonda osservazione dei processi e dei  fenomeni naturali, implica effettivo progresso, ovvero senza spingersi troppo oltre e cioè laddove l’algoritmo del sapere è troppo grande per la umanità per essere rivelato, il complesso delle funzione del coesistere non deve mai cercare di travalicare i confini del rispetto della natura. NEL DIVENIRE, FRA EVOLUZIONE ED INVOLUZIONE, dunque lasciamo – rispettandolo – alla natura il suo ruolo sovrano, sicchè in un dato tempo il divenire insito in essa potrebbe/potrà anche rilevarci il mistero della famosa triade di chi siamo, da dove veniamo e dove andremo, ovvero foss’anche ancora solo di formula dubitativa, ancora cresceremo  sin già razionalmente nel richiamo consono ai diversi ( ma mai anacronistici ) tempi; il tutto  discorrendo il senso del nostro esistere rinvenendolo dalla – e nella – natura , come – appunto – ad esempio proprio dei filosofi pluralisti ante Aristotele ( semi, radici, eppoi a prosieguo, disciplina atomistica come nel caso di Democrito e Leucippo )  del “ tutto è in tutto”, in fondo siamo ingranaggi di un ingranaggio molto più grande che è l’universo creato dal motore della vita in quanto tale .