Sebastiano Cultrera – Citare Cesare Brandi (e la Morante) nel rapporto con l’isola di Procida significa cogliere appieno molti significati dell’isola stessa. Vittorio Sgarbi, con la sua mente sagace e vivace, ha quindi colto nel segno. Pochi altri hanno saputo vivere (e far vivere) l’isola come hanno fatto loro.

Mi è capitato di incontrare una sola volta la Morante, quando venne in visita ad una amica che stava in albergo negli anni 70. Era già una donna in là negli anni. Io ero un ragazzino, non le parlai, e forse, non avevo capito bene chi fosse. In seguito ho approfondito, la sua “conoscenza” leggendola e imparando ad apprezzarla e, alla lunga, a comprendere le sue infinite sfaccettature e la sua poetica di fondo, insieme al suo rapporto odio-amore con la nostra isola.

Di Cesare Brandi mi aveva parlato, qualche volta, Antonio Capezzuto, che è stato personaggio di grande rilievo politico e punto di riferimento umano di tanti procidani, che si rivolgevano a lui per problemi grandi e per quelli piccoli di tutti i giorni. “Ninuccio” (che amava definirsi, per celia, il “re degli ignoranti”, ma aveva grandissimo rispetto per la cultura) era soprattutto un uomo di una infinita sensibilità, che lo portava ad essere sempre in sintonia e all’altezza di ogni ambiente che frequentava (di qualunque ceto sociale). La nostra collaborazione era nell’ambito politico e il più delle volte mi raccontava, quindi, del Potere che un personaggio come Brandi ebbe negli ambienti romani, per via delle sue relazioni di altissimo livello e di come “dettasse legge” nelle stanze dove si decidevano le sorti del Paese, soprattutto nei settori della tutela ambientale e della cultura, in genere.

Per qualche mese il povero Nino Capezzuto rimase allettato prima di spegnersi, nella sua casa procidana, assistito dall’affetto dei suoi cari. Confesso di non essere riuscito ad andare a fargli visita, in quelle circostanze. Volevo ricordarlo in tutta la sua vivacità e in tutta la sua verve. Ma l’ultimo ricordo con lui è legato ad un incontro in una delle sue oramai rare uscite. E si tratta di un ricordo vividissimo, e che ancora mi emoziona. Lo incontrai al bar del Cavaliere e volle raccontarmi un episodio straordinario (e di straordinaria portata culturale): di quando cioè, egli fu testimone dell’incontro tra Cesare Brandi e Benedetto Croce. Il grande filosofo, raccontava Capezzuto, era, oramai, costretto a letto, nella sua casa napoletana e Brandi, che amava Procida e veniva spesso da queste parti, aveva deciso di rendergli omaggio, in uno dei passaggi per il capoluogo campano. Cesare Brandi entrò da solo nella camera da letto di Croce e parlarono a lungo. L’ESTETICA (dal punto di vista filosofico, e da quello della conservazione delle opere d’arte) era il pane quotidiano dei due grandi personaggi. C’era, probabilmente, anche da prima, una grande sintonia. Anzi possiamo dire che Croce era stato punto di riferimento assoluto nella formazione culturale di Brandi. Quel giorno, ad un certo punto (come poi mi raccontò) Capezzuto venne chiamato anche lui dentro la stanza e si approssimò al capezzale del grande intellettuale antifascista. Quando Brandi lo presentò dovette accennare all’isola di Procida, suscitando un attimo di smarrimento nel grande filosofo, che aveva perduto entrambi i genitori, rischiando la vita anch’egli, nella vicina isola, durante il terremoto di Casamicciola del 1883: Benedetto Croce, in quel triste frangente aveva sedici anni. “Ma il grande Cesare mi racconta meraviglie della tua isola” disse “Ad Ischia non metterò mai più piede; a Procida, se guarisco, potrei venire” Naturalmente Croce si spense pochi mesi dopo, nel 1953, e a Procida non venne, ma con Brandi cominciarono ad innamorarsi dell’isola un nucleo di intellettuali di alto livello, come Moravia, Elsa Morante, Pasolini, e tanti altri come il grande urbanista Luigi Cosenza o come Toti Scialoja, di origini procidane. L’ultimo mio ricordo di Capezzuto, in vita, fu, quindi, un regalo (che sono convinto: volle scientemente consegnarmi) di un aneddoto di vita di altissimo livello!

Nel luglio del 1987 venne conferita a Cesare Brandi la cittadinanza onoraria di Procida, e per celebrarla si mise in opera una Mostra diffusa sul territorio (l’Agave e lo Scoglio) con modalità operative e con molte location simili a quelle della mostra dei giorni scorsi a cura del Consorzio Italics (nome che Vittorio Sgarbi ha mostrato di non apprezzare). Il concetto di Arte Contemporanea “calata dall’alto” potrebbe essere la stessa, come quello di una più o meno riuscita integrazione territoriale. Cesare Brandi contribuì alla mostra con le sue opere, insieme a protagonisti dell’arte contemporanea del tempo come Afro, Burri, Cucchi, Schifano, Guttuso e tanti altri. Il livello della mostra dei giorni scorsi è della stessa altezza e il nome contro il quale si è scatenato Sgarbi (Italics) non è il nome della mostra, ma del consorzio: ché la mostra si chiama (in maniera forse banale, ma innocua) Panorama. Gli artisti di oggi sono ugualmente di altissimo livello: da Depero e Warhol, passando per Matthias Stomer e Filippo Tagliolini, a Fontana e Paladino, Giulio Paolini, Daniel Buren, Massimo Listri, Marisa Albanese e poi Chen Zhen, Marinella Senatore, Ibrahim Mahama, Elisabetta Benassi, Tomàs Saraceno o Giulia Piscitelli. Nessuno, all’epoca lamentò l’assenza di artisti locali, e neanche Sgarbi lo ha fatto, oggi, esplicitamente. Tra l’altro essi non avrebbero voluto esserci, probabilmente, anche perché non mi sembrano, di norma, versati all’arte contemporanea. Ci fu, anche per “l’Agave e lo Scoglio” una polemica (più che altro successiva) sui soldi spesi da quel tipo di mostra che “Nessun beneficio produce per l’isola” (anche in considerazione che la maggior parte dei fondi furono presi dalle casse comunali). La mostra dei giorni scorsi è stata, a quanto pare, finanziata soprattutto da sponsor privati. Ma non sono argomenti dirimenti né cambiano una certa diffidenza di base di una parte della popolazione verso l’arte contemporanea, che è spesso provocatoria e divisiva.

Anche la (voluta?) provocazione di Samorì, nella figura quasi incorporea posizionata a sbandierare sopra la lapide dei martiri del 99 ha avuto (al di là di ogni giudizio di merito) il pregio di avere acceso i fari su quella lapide, su quella piazza e su quei momenti storici un po’ dimenticati, che fanno, invece, parte del DNA della nostra isola.

L’arte contemporanea, inoltre, ha ritrovato in pieno, (coi suoi modi e, magari, con le sue polemiche) il diritto di cittadinanza nell’isola di Procida. E possiamo immaginare che, oltre ai proclami di Sgarbi, (che evidentemente ha colto superficialmente le informazioni sull’evento) possa calare dall’alto, anche lo sguardo benevolo di Cesare Brandi, che questa mostra avrebbe riconosciuto, come proseguimento del suo impegno per l’isola; e che l’avrebbe, in definitiva, apprezzata tantissimo. Ma tutto questo Sgarbi non lo sa.

 

 

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