{"id":22101,"date":"2023-02-18T21:13:20","date_gmt":"2023-02-18T19:13:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tgprocida.it\/wordpress\/?p=22101"},"modified":"2023-02-18T21:13:20","modified_gmt":"2023-02-18T19:13:20","slug":"fidanzarsi-a-procida-nel-primo-settecento-il-vecchio-e-il-nuovo-in-unisola-ricca-e-spregiudicata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tgprocida.it\/wordpress\/?p=22101","title":{"rendered":"Fidanzarsi a Procida nel primo Settecento. Il vecchio e il nuovo in un\u2019isola ricca e spregiudicata"},"content":{"rendered":"\n<p><em><strong>Giovanni Romeo<\/strong><\/em> &#8211; Per quasi due secoli, dagli inizi del Seicento fin verso la fine del Settecento, una delle preoccupazioni principali degli arcivescovi di Napoli fu quella di combattere a colpi di scomuniche il modello di fidanzamento pi\u00f9 diffuso nella diocesi. Esso poggiava sull\u2019egemonia delle famiglie dei due partner e prevedeva abitualmente intese matrimoniali sancite dinanzi al notaio o ad amici, cui faceva seguito la convivenza della futura coppia, spesso allietata dalla nascita di figli.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultimo particolare non era secondario. Era molto diffusa infatti, e in tutta Europa, la paura che persone malevole o legate ad ex fidanzati vendicativi usassero le arti magiche per bloccare lo sposo nella fatidica prima notte. A quei timori si aggiungevano spesso, tra i motivi di ritardo dei matrimoni, altre complicazioni, legate al livello di vita e alle disponibilit\u00e0 finanziarie degli interessati.<\/p>\n<p>Nella lotta intrapresa per cancellare queste tradizioni e per affermare il modello della verginit\u00e0 prematrimoniale, l\u2019impegno pi\u00f9 gravoso delle autorit\u00e0 ecclesiastiche napoletane riguard\u00f2, accanto all\u2019affollata e ingovernabile Napoli, proprio Procida. Nell\u2019isola, che tra l\u2019altro aveva conosciuto tra Sei e Settecento uno sviluppo demografico imponente (dai circa 2000 abitanti degli inizi del Seicento ai circa 8.000 del 1715), le resistenze furono fortissime.<\/p>\n<p>Serv\u00ec a poco, ad esempio, l\u2019altalena tra raffiche di scomuniche e incentivi alle azioni legali presso la Curia, a cominciare dalla pi\u00f9 comune: la richiesta di bloccare i matrimoni degli ex fidanzati. Nello stesso tempo, poi, il benessere crescente nell\u2019isola e l\u2019aumento degli scambi con i forestieri contribuirono a indebolire anche le pi\u00f9 radicate tradizioni locali.<\/p>\n<p>Ne furono la riprova i decenni successivi alla clamorosa raffica di scomuniche decisa nel 1693 dall\u2019arcivescovo Cantelmo in visita pastorale a Procida (un\u2019iniziativa mai adottata altrove in diocesi). La libert\u00e0 di costumi dell\u2019isola non ne risent\u00ec pi\u00f9 di tanto, pur in una comunit\u00e0 in cui la pratica religiosa era pi\u00f9 intensa rispetto agli inizi del Seicento, soprattutto tra le donne.<\/p>\n<p>Un buon esempio della vivacit\u00e0 dei fermenti che attraversavano l\u2019isola in quegli anni viene da una causa di impedimento matrimoniale avviata nel 1715, ma coltivata solo nel 1718. L\u2019aveva promossa, sia in Curia arcivescovile, sia dinanzi al curato di Procida, Antoniella Lubrano di Giunno, una giovane povera e piuttosto chiacchierata.<\/p>\n<p>Poco dopo aver sciolto dinanzi a un notaio gli sponsali contratti con un altro uomo, avanz\u00f2 formale richiesta di impedimento matrimoniale nei confronti di Francesco Lombardo, un giovane giardiniere di Massalubrense residente dall\u2019infanzia nell\u2019isola. Questi, a suo dire, aveva avuto rapporti confidenziali con lei, dopo la promessa di matrimonio, ed era perci\u00f2 obbligato a sposarla.<\/p>\n<p>Per tre anni l\u2019istanza non ebbe seguito, come capitava spesso. In quei casi, se le ricorrenti non coltivavano la causa, i giudici diocesani si limitavano a bloccare d\u2019urgenza i matrimoni degli impediti. Tuttavia nel marzo del 1718 fu Francesco a chiedere alla Curia arcivescovile di risolvere rapidamente quella pendenza sgradevole: intendeva sposare un\u2019altra donna, cui era legato da tempo.<\/p>\n<p>A quel punto si diede subito da fare anche Antoniella, che nel frattempo aveva cercato di istruire bene le amiche disposte a testimoniare. \u00c8 grazie ai loro racconti che scopriamo aspetti sconosciuti della vita quotidiana a Procida nel primo Settecento. Alcune indicazioni appaiono di particolare rilievo.<\/p>\n<p>Una riguarda le risposte relative alla domanda, d\u2019obbligo nei tribunali ecclesiastici, sulla pratica della confessione dei peccati. Quasi tutte le testimoni isolane esaminate \u2013 6 su 8 \u2013 ricorrono al sacramento spesso, mediamente una o pi\u00f9 volte a settimana, e hanno un confessore di fiducia. Quasi tutti i maschi \u2013 4 su 6 \u2013 dichiarano invece di confessarsi con cadenze molto pi\u00f9 allentate, e, soprattutto, confidano i propri peccati a chi capita, non cercano un padre spirituale.<\/p>\n<p>La forte attenzione della comunit\u00e0 isolana per il rapporto tra donne e Chiesa si esprimeva al meglio, pur in un secolo ricco di novit\u00e0 sul piano dei costumi come il Settecento, in un\u2019altra consuetudine. Nell\u2019isola la tutela formale della verginit\u00e0 trovava proprio nel rapporto con la messa domenicale la sua conferma.<\/p>\n<p>Per segnalare l\u2019illibatezza di Antoniella \u2013 come era solito per tutte le altre adolescenti \u2013 era necessario, rifer\u00ec la testimone pi\u00f9 accorta, che un qualsiasi componente della sua famiglia la accompagnasse in chiesa, ma alle prime luci dell\u2019alba (\u201ccom\u2019\u00e8 costume di Procida che solo le zitelle vanno accompagnate di matina, di notte\u201d).<\/p>\n<p>Sul piano dei rapporti tra i due giovani tradizione e modernit\u00e0 si incrociavano in modo un po\u2019 paradossale. Per un verso \u2013 complice forse la circostanza che Antoniella e Francesco erano orfani di padre \u2013 le loro scelte sembrano del tutto autonome dalle rispettive famiglie e ostili alle regole tradizionali: secondo alcune testimoni, ad esempio, il giovane giardiniere aveva dichiarato che \u2018la voleva senza un quattrino di dote e senza la zagarella della capa\u2019.<\/p>\n<p>Tuttavia l\u2019ostacolo principale al matrimonio era costituito per lei da una circostanza inusuale nella storia dei fidanzamenti isolani: Francesco era il garzone di un prete potente e temuto: il fratello del curato\u2026 Perci\u00f2 lei era incerta, e aveva ragione. Anche quella presenza ingombrante, come nel passato pi\u00f9 buio dell\u2019isola, avrebbe avuto un ruolo nella causa matrimoniale.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 (<em>continua<\/em>) \u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Romeo &#8211; Per quasi due secoli, dagli inizi del Seicento fin verso la fine del Settecento, una delle preoccupazioni principali degli arcivescovi di Napoli fu quella di combattere a colpi di scomuniche il modello di fidanzamento pi\u00f9 diffuso nella diocesi. 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