{"id":22125,"date":"2023-03-05T14:39:33","date_gmt":"2023-03-05T12:39:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tgprocida.it\/wordpress\/?p=22125"},"modified":"2023-03-05T14:44:09","modified_gmt":"2023-03-05T12:44:09","slug":"le-molte-facce-della-confessione-dei-peccati-nellitalia-moderna-il-caso-di-procida","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tgprocida.it\/wordpress\/?p=22125","title":{"rendered":"<strong>Le molte facce della confessione dei peccati nell\u2019Italia moderna. Il caso di Procida<\/strong>"},"content":{"rendered":"\n\n\n<p><em><strong>Giovanni Romeo<\/strong><\/em> &#8211; Ritorno volentieri sul tema della confessione dei peccati, anche per soddisfare la curiosit\u00e0 di alcuni lettori, colpiti dal ruolo esorbitante avuto dai confessori nelle numerose cause matrimoniali avviate a Procida nel Sei-Settecento. Certo, l\u2019amministrazione di questo sacramento \u00e8 oggi in netta crisi, in particolare nell\u2019Europa cattolica, dove peraltro la pratica religiosa tout court, non soltanto il ruolo dei confessori, \u00e8 da tempo in declino.<\/p>\n<p>\u00c8 altrettanto vero, per\u00f2, che le autorit\u00e0 ecclesiastiche faticarono ovunque per convincere\/costringere i fedeli ad avvicinarsi ai sacramenti con una frequenza accettabile e con un\u2019adeguata preparazione. Ne sono una prova inconfutabile gli enormi ostacoli incontrati a Napoli nel primo Seicento dalla Curia arcivescovile nel controllo dell\u2019adempimento del precetto pasquale.<\/p>\n<p>In vigore dal 1215, quella misura, malvista perch\u00e9 avvertita come un\u2019indebita forma di controllo sulle coscienze, era stata sempre applicata poco e male in tutto il mondo cattolico. Perci\u00f2, anche se in et\u00e0 moderna la Chiesa cerc\u00f2 ovunque di farla rispettare, i risultati furono ovunque modesti.<\/p>\n<p>Il macchinoso sistema elaborato a Napoli \u2013 minuscoli attestati a stampa di assoluzione, dispensati dai confessori ai penitenti perch\u00e9 li esibissero ai parroci all\u2019atto della comunione pasquale \u2013 fu subito oggetto di una contromisura micidiale da parte dei fedeli pi\u00f9 smaliziati: il riuso e la compravendita di quelle schedine, dopo l\u2019abrasione dei nomi di coloro che le avevano legittimamente ricevute e mostrate per ricevere l\u2019eucarestia. Fu inevitabile allora abbandonare quella procedura e ricorrere, contro gli inadempienti, alle scomuniche a raffica, come si era cominciato a fare con i concubini, nel segno di una linea intransigente abbandonata solo nel tardo Settecento.<\/p>\n<p>Non sappiamo se gli stessi complicati meccanismi furono applicati stabilmente anche a Procida, tra isolani prevenuti verso gli arcivescovi di Napoli, che proprio nel 1600 avevano faticosamente inglobato una Chiesa <em>nullius<\/em> (cio\u00e8 dipendente direttamente dal papa) nella propria rete diocesana. Non \u00e8 un caso perci\u00f2 se a lungo, almeno fino alla peste del 1656, le testimonianze di maggiore rilievo sulla pratica della confessione a Procida riguardarono le morti improvvise e le vittime del mare.<\/p>\n<p>Certe volte, \u00e8 vero, la vita specchiata di qualche fedele morto sul colpo toglieva subito le castagne dal fuoco alle autorit\u00e0 ecclesiastiche. Nel 1628, ad esempio, se ne and\u00f2 all\u2019improvviso, e perci\u00f2 senza il conforto dei sacramenti, un anziano calzolaio devoto, membro di una confraternita. Al clero locale per\u00f2 fu sufficiente la sua reputazione di uomo dalla fede cristallina per assicurargli subito una dignitosa sepoltura nella chiesa isolana cui era pi\u00f9 legato.<\/p>\n<p>Non era sempre cos\u00ec facile risolvere le difficolt\u00e0 provocate dalle morti improvvise, soprattutto quando la vita la toglieva il mare, come capitava spesso a Procida e nei dintorni. Neppure in quei casi dolorosi era scontato essere sepolti. Toccava allora non al curato dell\u2019isola, ma al vicario foraneo, l\u2019occhiuto delegato arcivescovile che sorvegliava le attivit\u00e0 della Chiesa locale, avviare rapide indagini per verificare se il defunto fosse un fedele ossequiente.<\/p>\n<p>Capit\u00f2 cos\u00ec nell\u2019agosto del 1653, quando un marinaio di Tropea affog\u00f2 nei paraggi dell\u2019isola, dopo essere stato trascinato in acqua da un\u2019ondata, mentre era su una tartana. Quella volta furono i compagni che lo avevano visto morire a diradare i dubbi sul suo diritto ad essere sepolto. Essi dichiararono non solo che mentre combatteva con le onde invocava la Madonna del Carmine, ma che era un uomo devoto, abituato a digiunare due volte a settimana.<\/p>\n<p>Quando per\u00f2 nel maggio seguente la sventura di morire in mare tocc\u00f2 nei pressi di Procida, in circostanze drammatiche, all\u2019isolano Antonio Iovene, autorizzarne la sepoltura non dovette essere altrettanto semplice. L\u2019uomo, forse un pescatore, era stato portato a terra ancora vivo, ma in gravissime condizioni, dai compagni.<\/p>\n<p>L\u00ec era gi\u00e0 convenuto un sacerdote, pronto a comunicarlo o almeno a dargli l\u2019estrema unzione, ma non era stato possibile, perch\u00e9 dopo pochi attimi era morto. Restava perci\u00f2 aperto il nodo della sua sepoltura: forse Antonio, a differenza del calzolaio del 1628, non aveva una vita religiosa particolarmente intensa. Buon per lui che i familiari ritrovarono la \u2018cartella\u2019 del precetto pasquale, adempiuto poche settimane prima, e risolsero la questione.<\/p>\n<p>Erano anni cupi e tesi, in una Chiesa locale che cercava in ogni modo di ottenere obbedienza e consensi da fedeli ben poco propensi a rinunciare ai propri stili di vita. Gli esami di catechismo cui furono sottoposte sul letto di morte nel 1654 e nel 1655, in funzione del conferimento dell\u2019estrema unzione, una bambina di sei anni e una ragazzina di undici, sono il marchio pi\u00f9 orribile di questa fase.<\/p>\n<p>Non era certo cos\u00ec che i confessori potevano conquistare a Procida la fiducia dei fedeli. Se ne accorse a sue spese Giovanni Antonio de Jorio, il giovane sacerdote di origine locale chiamato a succedere alla guida della Chiesa isolana a Francesco Antonio Ciardullo, il primo ecclesiastico capace di resistere fino alla fine dei suoi giorni nel difficile ruolo di curato perpetuo.<\/p>\n<p>Fu grazie allo zelante successore che la pratica del sacramento della penitenza imbocc\u00f2 per la prima volta a Procida sviluppi nuovi, destinati ad inserirla in profondit\u00e0, ma con molte contraddizioni, nelle trame complicate della vita quotidiana. <em>(continua)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Romeo &#8211; Ritorno volentieri sul tema della confessione dei peccati, anche per soddisfare la curiosit\u00e0 di alcuni lettori, colpiti dal ruolo esorbitante avuto dai confessori nelle numerose cause matrimoniali avviate a Procida nel Sei-Settecento. 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