{"id":22141,"date":"2023-03-19T12:02:17","date_gmt":"2023-03-19T10:02:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tgprocida.it\/wordpress\/?p=22141"},"modified":"2023-03-19T12:02:17","modified_gmt":"2023-03-19T10:02:17","slug":"tra-confessori-e-inquisitori-a-procida-nel-seicento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tgprocida.it\/wordpress\/?p=22141","title":{"rendered":"<strong>Tra confessori e inquisitori. A Procida nel Seicento<\/strong>"},"content":{"rendered":"\n<p>Giovanni Romeo &#8211; Era il 10 maggio del 1643 \u2013 era passato poco pi\u00f9 di un mese dalla Pasqua \u2013 quando una giovane donna, Caterina Costagliola, si present\u00f2 nella chiesa abbaziale di Procida per denunciare all\u2019Inquisizione un caso dubbio, obbligata da un confessore. Assolta prima di Pasqua da fra Bonaventura Porta, un religioso di origine locale che predicava spesso per tutto il ciclo quaresimale nell\u2019isola, prima di allontanarsi gli aveva chiesto un favore. Aveva saputo che aveva distribuito molti \u2018brevi\u2019 (amuleti, per lo pi\u00f9 cartacei, dispensati sia dai sacerdoti, sia dalle fattucchiere, e di solito portati addosso in funzione protettiva) e ne desiderava uno.<\/p>\n<p>Fra Bartolomeo le aveva risposto per\u00f2 in un modo che non le era piaciuto (\u2018vieni a casa mia, ti voglio dare una corona e dire due parole\u2026\u2019) e cos\u00ec lei aveva deciso di non andarci. Quando per\u00f2 pochi giorni dopo era tornata a confessarsi da lui, prima di accomiatarsi gli aveva chiesto di pregare Dio per lei. Per tutta risposta, per\u00f2, l\u2019altro, intuito il senso di quella frase, le domand\u00f2 a bruciapelo se aveva preso a male il suo precedente invito. La donna neg\u00f2 risolutamente, ma il frate ci tenne a rassicurarla sulla limpidezza delle sue intenzioni (voleva darle \u2013 disse \u2013 solo consigli spirituali).<\/p>\n<p>Bast\u00f2 tuttavia quel chiarimento non richiesto per turbare la giovane, che di l\u00ec a poco decise di segnalare a un altro confessore l\u2019episodio e si trov\u00f2 obbligata a denunciare il frate all\u2019Inquisizione. Di quell\u2019imprevisto sviluppo Caterina \u2013 per usare un eufemismo \u2013 non fu particolarmente contenta. Alla domanda di routine del curato (era venuta spinta da odio?) rispose che lo aveva fatto solo per obbedire agli ordini del papa, come le aveva chiarito il nuovo, rigido confessore. Ovviamente, le aveva anche spiegato l\u2019ecclesiastico, fino a quando non avesse rivelato in giudizio l\u2019abuso del frate, non sarebbe stata mai assolta: era cos\u00ec che funzionavano da tempo in Italia i rapporti tra amministrazione del sacramento e Inquisizione.<\/p>\n<p>Nell\u2019immediato, per\u00f2, non ci furono sviluppi giudiziari, forse anche per la cautela con cui il Sant\u2019Ufficio si muoveva di solito nel trattamento di eccessi come quello, rovinosi per l\u2019immagine della Chiesa. Il caso di fra Bartolomeo ne \u00e8 un buon esempio. Un paio d\u2019anni dopo fu coinvolto in una nuova e pi\u00f9 pesante iniziativa, dovuta allo zelo di un confessore napoletano. Era stato quest\u2019ultimo ad appurare, attraverso Grazia, una giovane penitente restia a comparire in giudizio, gli eccessi compiuti dal frate sul suo corpo, mentre era inferma, appena dopo averla confessata\u2026 Inoltre, ad aggravarne gli abusi era la loro particolare sfrontatezza: a pochi metri, nella stessa stanza, c\u2019era anche la madre, che per\u00f2, a detta di Grazia, non si era accorta di nulla\u2026<\/p>\n<p>Neppure quella denuncia ebbe conseguenze. L\u2019autorevolezza del religioso isolano e forse anche le coperture su cui poteva contare, sia nel suo Ordine, sia in Curia arcivescovile, gli fruttarono oltre tre anni di tranquillit\u00e0. Era per\u00f2 un equilibrio precario. Nell\u2019estate del 1648 ci fu un piccolo colpo di scena. Di nuovo a Procida, ma nella chiesa di S. Maria delle Grazie, forse per non dare troppa pubblicit\u00e0 all\u2019iniziativa, fu convocata Caterina e si trov\u00f2 dinanzi, accanto all\u2019ex curato, ora missionario a tempo pieno, il capuano Gregorio Peccerillo, vicario generale dell\u2019arcidiocesi di Napoli. Era la prima volta che capitava da quando l\u2019isola, all\u2019inizio del secolo, era stata incorporata nel territorio diocesano, e sarebbe successo in seguito molto raramente, perch\u00e9 forse c\u2019era stata qualche segnalazione informale in Curia<\/p>\n<p>A un prelato esperto come lui bast\u00f2 poco per rendersi conto che la donna non aveva detto tutta la verit\u00e0 nella denuncia del 1643. Non appena le domand\u00f2 se aveva accettato i reiterati inviti di fra Bartolomeo e si era recata a casa sua, Caterina croll\u00f2 e rivel\u00f2 la verit\u00e0. Non solo c\u2019era andata, ma lui le aveva rivolto pesanti apprezzamenti, anche se per le sue resistenze si era dovuto limitare a toccarle il seno. Cerc\u00f2 anche di giustificare la reticenza delle precedenti dichiarazioni (il confessore, a suo dire, non le aveva domandato se aveva accolto l\u2019invito del frate) e fu rilasciata.<\/p>\n<p>Per il frate, a pi\u00f9 di cinque anni dalla prima denuncia, la situazione precipit\u00f2.\u00a0 Se il 25 luglio del 1648 Caterina aveva vuotato il sacco, pochi giorni dopo, a Napoli, il religioso \u2013 45 anni, una figura di primo piano nel suo Ordine, in cui aveva rivestito prestigiosi incarichi \u2013 dovette difendersi da detenuto dai pesanti addebiti. Lo fece con abilit\u00e0, insistendo soprattutto sul malanimo dei confratelli, invidiosi del gran numero di fedeli legati a lui, e \u2013 argomento meno usuale in questo tipo di processi \u2013 sul suo carattere gioviale e allegro. Qualche penitente poteva aver frainteso, ecco la sua spiegazione.<\/p>\n<p>Il convento nomin\u00f2 subito un avvocato, anche per difendere l\u2019onore dell\u2019Ordine, ma l\u2019invio degli atti ai cardinali del Sant\u2019Ufficio, obbligato per questo tipo di processi, e la decisione romana, di poco successiva, furono una doccia gelata per l\u2019arcivescovo Filomarino e la sua Curia. Le due donne non erano credibili, ed era stato un errore fare leva sulle loro dichiarazioni. Se il religioso intendeva procedere nei loro confronti, ne aveva il diritto. Altrimenti bisognava rilasciarlo immediatamente, sia pure \u2018firmo remanente processu\u2019, cio\u00e8 senza assolverlo pienamente: una scelta che oggi pu\u00f2 sembrare pilatesca, ma era molto comune nella Chiesa della Controriforma\u2026<\/p>\n<p>\u00a0 \u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Romeo &#8211; Era il 10 maggio del 1643 \u2013 era passato poco pi\u00f9 di un mese dalla Pasqua \u2013 quando una giovane donna, Caterina Costagliola, si present\u00f2 nella chiesa abbaziale di Procida per denunciare all\u2019Inquisizione un caso dubbio, obbligata da un confessore. 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