Giacomo Retaggio – Ci sono dei luoghi in ogni posto che per le loro caratteristiche, il loro impatto sulla gente, la loro storia, il loro fascino sottile e profondo, diventano dei “luoghi dell’anima”che vengono accolti dalla memoria popolare e rimangono nel tempo chiusi in essa, evocando negli anni successivi una nostalgia piacevole e dolorosa ad un tempo. Uno di questi luoghi a Procida è il bar Roma. Così come a Napoli c’è il “Caffè Gambrinus” o a Venezia il “Caffè Florian”. Anch’essi “luoghi dell’anima”. Sono dei posti in cui la gente si riconosce e li sente molto vicini a sé.

Il  “bar Roma” procidano vede la luce alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per opera di un signore del posto, Nazareno Barone, che abitava, insieme ad una sorella, proprio sopra i locali del bar, in un appartamento dell’”insula” del Pio Monte dei Marinai. Già la collocazione rende questo bar particolare. Tutto il fabbricato, che ingloba anche la splendida chiesa della Pietà, è un altro “luogo dell’anima” procidano. Tutto, qui intorno, trasuda storia, sa di mare,  di salsedine e di racconti  di naviganti dalla faccia bruciata dal sole e dal vento.

Gli avventori di questo bar, quasi sulla  riva del mare, si sentivano in quegli anni a casa loro. Erano gli anni del caffè preparato con la caffettiera napoletana, delle premute e delle granite di limone, del ghiaccio grattato dalle balle di ghiaccio avvolte nella tela di sacco per farle mantener più a lungo, dei tavolini dalla base di marmo e dalle gambe di ghisa ritorta. Erano anche gli anni in cui i pescatori durante il riposo dalla pesca, si sfidavano in lunghe ed accanite partite con le carte napoletane. E  fumavano. Fumavano tanto che una nebbia azzurrina ristagnava sempre  nel locale, specie nelle fredde e piovose giornate di inverno. Erano anche gli anni del roboante ventennio fascista. Tutto doveva diventare “romano”con lo spirito di ricalcare la romanità.

Così il bar si chiamò “bar Roma” ed anche la strada  su cui si affaccia, divenne da “Santo Cattolico”, come si chiamava prima, “Via Roma”. Un’ubriacatura  di romanità! Ma quello era lo spirito del tempo. Gli anni passarono. Venne la guerra. Gli avventori del bar divennero più cupi e cenciosi. Passò la guerra. Passò Nazareno. Venne Totore Bruttopilo a gestire il bar. I tempi cominciavano a mutare lentamente. La guerra era finita. La gente voleva stare tranquilla. Aveva voglia di mangiare di nuovo il pane bianco. I pescatori, però, continuavano a giocare a carte ed a fumare. Ma qualcosa si muoveva. Cominciavano a venire a Procida i primi “forestieri”: intellettuali di primo piano, attirati dalla primitività dell’isola.

E dove dovevano fermarsi questi se non al bar Roma? E così sbarcarono sull’isola e si sedettero ai tavolini dalla base di marmo ed i piedi di ghisa Moravia, Elsa Morante, Cesare Brandi, Consoli inglesi, Generali americani che avevano fatto la guerra, ed anche qualcuno molto elegante con la camicia aperta sul petto che gli abitanti del posto etichettarono come una spia di chissà quale nazione. In quegli anni non era raro scorgere all’interno del locale Moravia con la sigaretta in bocca, intento a scrivere qualcosa seduto al tavolino di marmo. Ma passò anche Totore Bruttopilo e venne Pasquale Mazziotti che pensò bene di impiantare nel locale una pasticceria che prima non c’era. Da allora il bar si consacrò definitivamente come attrattore turistico. Pasquale inventò la “lingua”, che divenne il dolce tipico procidano. “Lingua di bue” o “Lingua di suocera”? Si può chiamare in entrambi i modi, ma la squisitezza è sempre la stessa.

E passò anche Pasquale ed esattamente vent’anni fa vennero due giovani, Ignazio Righi e Michele Costagliola di Fiore. Colmi di entusiasmo smantellarono tutto il locale che assunse l’aspetto attuale, più moderno e più funzionale. Scomparve il biliardo, protagonista di accese partite a boccetta o con la stecca. Ricordo con un po’di nostalgia che da ragazzo guardavo questi giocatori sfidarsi in  partite all’ultimo colpo di stecca, con la faccia seria e imbronciata come se dovessero andare in guerra. Ma la pasticceria ha avuto un balzo da gigante in avanti. Le “lingue” vengono sfornate a migliaia. Non c’è nessuno che viene a Procida che non se ne va con il suo bel vassoio di queste delicatezze. La gente che frequenta il bar è aumentata moltissimo. .Il forno è continuamente in funzione. L’odore dei dolci che cuociono viene fuori dalla porta aperta della pasticceria ed invade la strada.

Quando ci passi davanti , specie al mattino presto, come capita a me all’alba del Venerdì Santo quando di buon’ora mi accingo a salire a Terra Murata, ti pare quasi di svenire. Cosa sarebbe il Venerdì Santo senza il caffè e la lingua al bar Roma? Forse è un po’ blasfemo questo accostamento tra il dolce e la passione di Cristo, ma il Signore mi perdonerà. Questo bar continua, però, ad essere, e forse lo è ancora di più oggi, un luogo dell’anima dell’isola di Procida.Grazie, ragazzi!

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