Procida – Hanno chiuso in una scatola, tante scatole, i ricordi più belli, gli oggetti più cari, i traguardi, gli obiettivi raggiunti, i sogni realizzati e quelli da realizzare in una vita insieme. Hanno dovuto impacchettare fra le lacrime, nello stordimento del momento, della situazione che nel profondo del cuore ancora si spera di salvare, il calore di una casa, della propria casa: gli odori, i colori, gli oggetti acquistati insieme, quelli ricevuti in dono, quelli tanto desiderati e solo infine posseduti. E li hanno portati via, in macchina, chissà dove, chissà per quanto tempo.

Alle spalle un sogno, un grande progetto; davanti a sé solo incertezze, disagi, senza sapere dove si andrà a finire. E pensare che tutti quei sacrifici, fatti per costruire quella casa, avrebbero dovuto essere ripagati con anni di serenità, di pace. Doveva godersi il sole fra le piante di uva del suo giardino, Raffaele, così bello, così curato. Doveva godersi ancora la moglie, i figli, nell’intimità della propria casa. 

Lo Stato lo doveva dire a tutti i nostri uomini, mariti, padri, figli e fratelli, che hanno navigato sull’acqua salata una vita intera, che non avrebbero potuto lasciare alle loro mogli nemmeno un tetto sotto cui vivere, senza speculare. Lo doveva dire a questi uomini, molti dei quali morti poco meno che sessantenni, portati via da mali incurabili e inspiegabili… da quell’amianto che respiravano a bordo nella speranza, chissà, che fosse l’ultimo imbarco per realizzare un sogno. Uno di quelli, oggi, che da qui a qualche giorno sarà ricoperto da polvere e macerie

 

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