Basilio Luoni e Giulio Badalucci – Confessiamo di aver ricevuto la notizia con sentimenti contraddittori, un misto tra incredulità e preoccupazione, più che entusiasmo.
Mai avremmo pensato che l’isola avrebbe potuto vincere. Quando l’amministrazione nel 2019 s’era attivata in tal senso, era sembrato il classico passo più lungo della gamba, una fuga in avanti. Anche inappropriata, non perché la nostra isola non possegga nella sua storia e nei segni di quel che ne resta un fascino singolare e unico, le sue pietre ancora respirano, ansimano questa storia, ma ormai da qualche decennio dentro un equilibrio precario, sottoposto ad esigenze quotidiane legittime, però mal governate.
E’ sotto gli occhi di tutti il disordinato sviluppo edilizio, privo di regole e controlli che se non l’ha trasformata totalmente, per fortuna frenata nei luoghi più esposti da un provvidenziale piano paesaggistico, l’ha sicuramente in parte ferita e sfigurata. E l’altrettanto disastrato corollario di una mobilità irrazionale ed insicura. Per non dire del mare, nel giro di pochi anni biologicamente impoverito baie ed anse letteralmente assalite nei mesi estivi da bande di scafi predoneschi. Tanto per citare alcuni dei nostri problemi sempre dibattuti e mai affrontati.
In questo contesto come potevamo mai proporci a Capitale italiana della cultura?
Ed ancora leggendo il programma i dubbi, lungi dal dissolversi aumentano. Prevede 329 eventi in 330 giorni, 240 artisti, 44 progetti di cultura, 40 opere originali e otto spazi culturali rigenerati, con un soggetto pubblico privato, una fondazione che dovrebbe coordinare il tutto, avviare i cantieri da un lato e dall’altro programmare eventi e tavoli istituzionali con una sfilza di Enti che d’altronde hanno contribuito alla candidatura: dalla Regione, nelle sue diverse articolazioni, alle Università; dalla Banca di Credito popolare. alla Camera di Commercio e all’Unione degli Industriali di Napoli; dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, al Museo di Capodimonte, alla Stazione zoologica Anton Dohrrn, all’Area marina protetta Regno di Nettuno e così via. Con con un budget 4,15 milioni per gli eventi e 8,3 milioni in opere infrastrutturali, entro il 2022, negli otto spazi da rigenerare: l’ex Carcere, Terra Murata, la Corricella, la Chiesa di San Giacomo, il convento di Santa Margherita Nuova e l’Abbazia di San Michele, Vivara, la nascente sala teatrale Capraro.
Altro che tremare i polsi, risulta intuitiva una mastodontica macchina organizzativa che verrà gestita dalla amministrazione isolana solo in minima parte, con una pletora di enti esterni all’isola che rischiano di fatto di diventarne per un anno i padroni.
Sottolineiamo, rischiano. Non è detto che sarà così ma molto dipenderà da come questo mastodontico evento verrà impostato, diretto e organizzato.
E soprattutto dal rapporto con i cittadini, dal loro grado di coinvolgimento sulla trasparenza degli obiettivi e della loro gestione. Nella fase preparatoria vennero meritoriamente coinvolti alcuni piccoli gruppi, ma dare per scontato che questo sia sufficiente sarebbe un imperdonabile errore.
Intanto perché quel progetto, se non in sé, ma per come venne configurandosi, vide l’opposizione di una parte politica che rappresenta la metà della cittadinanza, come espresso da elezioni tenute solo qualche mese fa. Poi, proprio perché quelle elezioni si sono svolte in un clima aspro, astioso, tra le parti in campo, mai visto prima sull’isola, che ha lasciato strascichi velenosi tutt’altro che dissolti, al di là del normale contraddittorio politico, una frattura che attraversa tutta la cittadinanza. Qui non si tratta di distribuire pagelle, elettoralmente c’è chi ha vinto a cui spetta l’onere del governo e chi ha perso, sia pure per un pugno di voti, a cui spetta il dovere del controllo e dell’opposizione, ma detto questo occorre prendere atto che un evento come questo non può gestirsi se non alla luce di un impegno comune e perciò necessita un passaggio istituzionale nel Consiglio Comunale che segni il superamento di questa frattura e assumendo l’evento come progetto di tutta la Comunità instauri questo clima collaborativo sia pure nella distinzione dei reciproci ruoli.
Inoltre occorre sin da oggi pensare a forme di comunicazioni generali e articolate, che coinvolgano nel progetto tutti i cittadini. I pur utili strumenti comunicativi della rete non arrivano a tanta parte dei cittadini e sono inoltre unilaterali, non permettono il confronto e il dialogo vivace e veritiero, prestandosi a volte ad equivoci più che a reali chiarimenti ed approfondimenti. Pensiamo ad assemblee generali e di quartiere, ovviamente rispettando sicurezza e prevenzioni antipandemiche.
Detto questo veniamo al merito del progetto e alle motivazioni enunciate a spiegazione della vittoria di Procida. Risalta il concetto di discontinuità. Non più una città capoluogo, ma un isola, un piccolo borgo, a rimarcare l’importanza dei piccoli centri urbani nella ridefinizione dello sviluppo del paese. Ed ancora l’ecologia e la sostenibilità, come motore interno di questa ridefinizione. E ancora la sottolineatura della ricchezza di una storia e di un patrimonio architettonico e paesaggistico capace di sollecitare poesia e cultura in senso ampio.
Vorremmo soffermarci su questi ultimi due aspetti.
Procida non è uno sperduto atollo in mezzo al mare, è a tutti gli effetti una città, un centro urbano, con tutte le esigenze di quello, sottoposto ad una pressione antropica altissima e qui è anche la ragione del suo fascino, un complesso equilibrio tra paesaggio umano urbano e paesaggio naturale, che evoca tutti i topoi letterari e poetici legati ad un’isola, dal romantico a l’affabulatorio, dall’intimistico all’epico, ma anche la quotidiana sfida di una comunità con il suo presente e la sua storia, di cui l’immagine, ma non solo, della Corricella è mirabile sintesi.
E’ un equilibrio precario che gli scossoni della modernità hanno in parte compromesso, ma che tuttora a fatica resiste. E’ un equilibrio creato da una Comunità che del mare vive, nel mare vive, del mare ha fatto il suo mezzo, il suo scopo, la sua ragione di vita e non perché isola. Basti vedere la consorella più grande a fianco, isola di contadini che del mare han sempre diffidato, salvo farne poi al massimo, con tutto il rispetto, un’arena turistica. Procida no, il mare l’ha accolto, nel mare s’è immersa, il mare l’ha sfidato, mai respinto, ci ha trafficato, commerciato, lottato e convissuto, pagandone anche un prezzo altissimo e quel che si vede è frutto di questa storia. E il mare è tutt’ora parte fondamentale della sua vita economica e sociale e quindi gli eventi culturali devono parlare di questa relazione anche, il Mediterraneo non è un’astrazione, è l’elemento dentro il quale sta immersa l’Italia, il suo fluido vitale, la sua relazione con gli altri mondi e culture e oggi più che mai Procida Capitale italiana della cultura di questo deve parlare. Persino giovani procidani che si fanno onore altrove come chef non dimenticano di ricreare il loro mare dentro il piatto.
Il mare oggi è dentro il flusso dell’umano, come del resto tutta la natura, alla ricerca di un nuovo patto e qui c’è una scuola bicentenaria che deve ripensare il suo contributo, un carico di rinnovate competenze da offrire all’entusiasmo delle nuove generazioni, di questo anche deve parlare Procida, Capitale italiana della cultura. Il mare è il nostro golfo malato, impoverito, predato da liquami che scorrono da un esteso retroterra predato, impoverito, malato, di questo anche deve parlare Procida Capitale italiana della cultura.
Quindi Procida non è realtà marginalizzata, povera e disintegrata, ma comunità orgogliosa che s’interroga, come tutta la comunità nazionale, su come informare il proprio futuro e se le sue radici sono nel flusso delle onde marine non per questo deve rinunciare ad integrarle con altre forme di equilibrato, sostenibile sviluppo. E qui il – sostenibile – è subito problema per due ordini di motivi.
Il primo, come già accennato, una pressione antropica tra le più alte d’Europa, undicimila abitanti su 3, 75 km quadrati. E’ intuitivo che l’effetto congiunto della probabile fine della pandemia e il trascinamento pubblicitario della nomina a capitale culturale condurranno sull’isola, in particolare nel 2022, l’arrivo di imponenti flussi di persone, che l’isola non può sopportare pena il collasso dei servizi e il deperimento della qualità della vita degli stessi isolani. Ma pena anche la perdita di suggestione del luogo che si vorrebbe offrire ai visitatori. Se noi vogliamo che questi com’è costume degli isolani, siano ospiti, più che turisti, dobbiamo governarne con acume gli arrivi. Viceversa avremo un deleterio effetto estivo per tutto l’anno. Qui si gioca effettivamente la nozione di turismo lento che viene evocata nel programma e lento contrasta con -massiccio e pesante -. Il problema dell’accoglienza, è relativo, la rete dei piccoli alberghi che è la giusta misura dell’isola, può essere accompagnata ed integrata da un’offerta legale e organizzata delle numerose case sfitte presenti sul territorio. Come vanno potenziati tutti i servizi, dalla raccolta dei rifiuti, alla pulizia delle strade,dal decoro urbano al controllo del territorio.
Ma sostenibile vuol dire anche finalmente valorizzare il piano colori e attivare tutte quelle politiche che effettivamente aiutino a recuperare e ad armonizzare lo straordinario patrimoni architettonico dell’isola. Recuperare gli orti e il verde sparpagliato e abbandonato. Recuperare i sentieri. Recuperare le baie sottraendole agli assalti predatori.
Sostenibile vuol dire cogliere l’occasione per rivoluzionare finalmente la mobilità dell’isola, riportandola, piede a terra, a misura d’uomo. Rivoluzionare il trasporto pubblico, con nuovi mezzi, piccoli pulmini elettrici, circolari che continuamente percorrono linee prestabilite, integrando la linea centrale magari servita da un trenino elettrico su gomma. Sperimentare le forme effettivamente sostenibili di mobilità, altro che qualche mezzo in più di questi obsoleti e inadatti autobus da Eav. La regione si dia a fare, faccia effettivamente il suo dovere, si cerchino sponsor e sono sicuro che non si faticherebbe a trovarli, disposti a finanziare gratuitamente questi mezzi. Studiare come inserire in questa rivoluzione i tassisti e anche le rotte via mare. A seguire la proibizione dell’uso dell’auto e la consistente estensione delle aree pedonali. E l’incoraggiamento di tutti i mezzi alternativi, ecologici e puliti, cominciando ovviamente dai piedi.
Ecco perché ritorna fondamentale il coinvolgimento della cittadinanza: in una Capitale italiana della cultura non ci si può spostare come nel più retrogrado borgo anarcoide italiota se si vuol offrire l’immagine di un’isola ospitale, rappresentante di una nazione capace di dire la sua sulle forme con le quali verrà compenetrato il futuro.

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