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SIAMO DAVVERO PRONTI AD ABBATTERE IL PATRIARCATO?

DiRedazione Procida

Nov 27, 2023

Eliana De Sanctis – Novembre è il mese dedicato alla lotta contro il femminicidio e in novembre si consuma un femminicidio feroce, nelle penombre di una nottata fredda di una cittadina veneziana. A cadere sotto i colpi del suo assassino spietato è una giovane donna poco più che ventenne, gioiosa per l’imminente seduta di laurea e già prospettata verso un futuro ben delineato e felice.

L’Italia tutta è tenuta incollata allo schermo della tv, non importa il canale; tutte le reti all’unisono seguono e dibattono su di lei e sul suo omicida, l’ex fidanzato, che dopo una folle e inquietante fuga di oltre mille chilometri viene rintracciato e arrestato in Germania.

Come mai era accaduto nella storia, intere generazioni sentono la necessità di intavolare dibattiti trasversali sulla pericolosità di una tipologia di delitto che decreta la definitiva potenza dell’uomo sulla donna. Risuonano espressioni come “mascolinità tossica”, “educazione maschile”, “educazione sentimentale nelle scuole”. E “patriarcato”, una parola che mai come ora infonde timore, ansia, paura. La spiegazione del concetto è lucida e categorica: l’uomo ha preso per sé il potere sulla società, costruendola a propria immagine e delegando alla donna l’unico ruolo di essere moglie e madre, oggetto delle sue voglie e schiava delle sue finanze. La soluzione starebbe nell’ educare l’uomo a capire che le cose non stanno così per davvero, che le donne non sono oggetti ma s-oggetti, e lui è tenuto a rispettarle e a lasciarle libere.

Sostanzialmente si afferma che la causa dell’esistenza del patriarcato sia l’uomo, e l’uomo soltanto. Perpetuando, paradossalmente, uno stigma patriarcale: è l’uomo che ha fondato questa società e ne detiene ogni responsabilità, alla donna resti il compito di assistere a un’eventuale rivoluzione.

Ma abbattere il patriarcato non significava cancellare le differenze sociali e garantire parità a tutti i suoi componenti? Si ambisce a una comunità di s-oggetti, ma essere-soggetti vuol dire in prima battuta essere-responsabili. Quindi a rigor di logica anche la donna è responsabile, e lo è nel senso più puro della parola latina responsus, che significa “rendere conto di ciò che si fa”.

Se è vero che è stato l’uomo a favorire una visione maschiocentrica della società, la donna contribuisce a tenerla in vita attraverso meccanismi più o meno inconsapevoli che la intrattengono a un livello più basso del suo potenziale, rendendola ancora una volta oggetto, ma di se stessa.

L’uomo si è impossessato del potere sociale, ma la donna glielo continua a lasciare nel momento in cui si assoggetta a una visione matriarcale che la considera tale solo in quanto sentimentalmente impegnata e intenzionata a diventare madre.

Le lotte femministe sono rivolte verso il maschio a cui si vuol mostrare una versione emancipata di sé, ma occorrerebbe guardare anche a tutti i nodi irrisolti che serpeggiano tra le donne stesse, vittime di una rivalità ossessiva e radicata, condannate al giudizio irrevocabile di una matriarca archetipica che le disprezza se non sposate. Nel tentativo di risanare quella ferita antica, le donne gerarchizzano se stesse impostando una comunità femminile in cui avere o meno una relazione sentimentale decreta il posto in scaletta nella considerazione e nella stima delle altre donne.

E non è questo un modo per mantenere il potere dell’uomo? E le donne non necessiterebbero a loro volta di un’educazione? E una visione unidirezionale del problema è veramente disposta ad abbattere il patriarcato?

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