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Più Quaresima che Carnevale. La predicazione a Procida tra Sei e Settecento

DiRedazione Procida

Ott 23, 2022

Giovanni Romeo – Sul Carnevale si sa molto, soprattutto per l’età moderna, quando in tutta Europa le autorità secolari ed ecclesiastiche si impegnarono a fondo per contrastarne gli eccessi, a tutto vantaggio dell’affermazione della Quaresima. Per Procida però i risultati delle ricerche sono a senso unico: nulla di rilevante sul Carnevale, cenni di rilievo solo alla predicazione, soprattutto al ciclo quaresimale.

C’è una differenza abissale rispetto allo spirito diffuso nella vicina Napoli, metropoli affollata, vivacissima e ben poco sensibile ai precetti della Chiesa. Penso ad esempio alle sfrontate iniziative di tre giovanissimi e spiantati chierici della cattedrale, che nel 1569, per godersi il Carnevale, bruciarono più volte di notte dei banchi del duomo per cucinarsi nella celebre cappella di S. Restituta maccheroni e zeppole…

A Procida invece la documentazione storica e i ricordi degli anziani – soprattutto delle donne – convergono nel mostrare quanto spazio occupasse nel suo passato la predicazione quaresimale. Si tratta di una presenza importante, che in tutta l’Italia moderna è spesso fonte di forti tensioni, destinate non di rado a finire in tribunale: dalla scelta dei predicatori alle discussioni alimentate dai sermoni più audaci o controversi.

Le dolenti note riguardavano però soprattutto i rapporti tra le amministrazioni comunali e i vescovi. Tradizionalmente, siccome spettava ai Comuni pagare sia le spese di soggiorno e vitto dei predicatori, sia il compenso dovuto loro per un impegno così gravoso, erano le amministrazioni comunali a scegliere gli specialisti più richiesti dai fedeli. Quello schema fu messo in crisi dal concilio di Trento, che assegnò ai vescovi il compito di verificare, caso per caso, la competenza degli esperti invitati dai Comuni e di sostituirli, se non si mostravano all’altezza del compito, con predicatori di cui si fidavano, quasi sempre sconosciuti ai diretti interessati. Il loro arrivo alimentava ovunque screzi e incidenti, spesso clamorosi (chiese vuote, prediche ai muri…).

Alcune di quelle tensioni sono ben presenti nella storia di Procida. Il 7 giugno del 1618, in un’isola ancora fortemente turbata dall’inquadramento forzato nel territorio diocesano, l’amministrazione comunale decise di avviare la vertenza relativa al proprio diritto di scelta dei predicatori contro l’arcivescovo di Napoli. Destinataria del ricorso, appoggiato anche dai d’Avalos, i padroni dell’isola, fu la Congregazione dei Vescovi e Regolari, uno dei più influenti dicasteri vaticani. Di lì a poco anche Ischia e Capri presentarono la stessa istanza contro i rispettivi vescovi, ma con una differenza di rilievo: essa fu inoltrata a Napoli, alle autorità dello Stato.

Era evidente, insomma, la volontà del Comune di Procida di ottenere una specie di rivincita contro la Curia arcivescovile di Napoli, che aveva tolto all’isola un’autonomia ecclesiastica cui teneva moltissimo. La mossa fu indovinata: la sentenza, ignota, dovette essere favorevole al Comune, se è vero che da quel momento sulla questione calò il silenzio. A Roma si ritenne forse inopportuno suscitare nuove proteste in una comunità così inquieta e turbolenta.

Fu invece per motivi ben diversi che dopo oltre un secolo, nel febbraio del 1741, in un’isola molto più affollata e ricca, la predicazione quaresimale alimentò una nuova iniziativa giudiziaria. Stavolta, però, era un gruppo consistente di procidani a protestare, e proprio contro il sindaco. Anche per quel motivo, forse, destinatario dell’esposto fu il re, non l’arcivescovo di Napoli. Se motivo del contendere era una discutibile scelta politica, sgradita alla maggioranza della popolazione, ne potevano scaturire anche problemi per l’ordine pubblico.

La chiesa madre – l’abbazia di S. Michele Arcangelo – era stata spogliata del suo tradizionale privilegio di ospitare il ciclo delle prediche quaresimali (da tempo immemorabile esse erano ‘recitate’ lì), a vantaggio di una chiesa, quella dei marinai, costruita nel primo Seicento con il solo assenso del viceré e collocata nel cuore del porto e dei commerci dell’isola. Quella decisione inaudita, a detta dei ricorrenti, era stata dettata da motivi ben poco spirituali (“per la prepotenza dell’odierno sindico, per sfocare alcuni suoi privati fini”), ma era malvista anche per altre ragioni. Ed è qui che il caso si arricchisce di indicazioni di rilievo.

Nella chiesa abbaziale, oltre tutto più comodamente raggiungibile dalla maggioranza della popolazione, il ‘lucro’ spirituale garantito dalla partecipazione alle prediche e agli uffici divini collegati offriva ai fedeli il vantaggio supplementare di applicarlo in suffragio dei propri morti, che proprio lì erano seppelliti. Questo valore specifico della ubicazione del ciclo quaresimale nella chiesa di S. Michele Arcangelo si perdeva seccamente nella nuova sede, peraltro nettamente svantaggiata per svariati altri motivi.

Il clero abbaziale aveva difficoltà a parteciparvi, per gli impegni quotidiani che lo trattenevano nella lontana chiesa madre, mentre le donne per motivi di onestà non ci andavano, perché i tanti che compravano e vendevano merci nel porto si trattenevano spesso per i propri affari nella chiesa dei marinai. Le conseguenze erano disastrose per chi voleva ascoltare le prediche e pregare. Forse furono proprio questi aspetti della questione a dettare molto prima della Pasqua la sola decisione della Delegazione della Real Giurisdizione finora reperita: quantomeno nei giorni festivi le prediche quaresimali dovevano essere ‘recitate’ nella chiesa madre.

 

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